Dove s(u)ono

Questa di oggi è soprattutto una riflessione.
Se ci soffermiamo a pensare ad alcuni musicisti, noteremo che il punto in cui producono un suono corrisponde al punto di contatto con il loro strumento. I pianisti, i chitarristi, gli strumentisti a fiato (anche se il discorso, per loro, è diverso). Chi suona uno strumento ad arco ha una lunga "protesi", l'arco appunto, che allontana il punto di contatto dalle proprie mani.
Il violinista tiene l'arco e produce il suono in un punto lontano e che, pensando alle proprie mani, cambia di continuo. Abbiamo quindi un movimento orizzontale, lo sfregamento dell'arco sulle corde, e uno verticale che è l'attacco del suono.
Ricordiamoci, anche se forse sembra scontato, che il suono viene prodotto nel punto esatto in cui l'arco si appoggia sulla corda, e non dove teniamo l'arco. Questa dissociazione porta spesso a un uso sbagliato della forza e a tempi che non sono in sincrono con il ritmo - spesso in anticipo.
Concentriamoci più frequentemente sul punto in cui produciamo il suono; possiamo alternare degli esercizi con l'arco a esercizi con il pizzicato, molto utile per capire bene questo aspetto: possiamo anche limitarci ad eseguire attacchi in diversi punti dell'arco, seguiti da pause per avere il tempo di concentrarsi sull'attacco più che sulla condotta dell'arco. Cerchiamo sempre di pensare che l'arco è un prolungamento del nostro braccio o della nostra mano, quasi come se questa fosse sulle corde. 
Sicuramente questa diversa attenzione porterà, all'inizio, a un minor controllo della postura e della precisione ma, con il passare del tempo, condurrà invece a un suono che è tutt'uno con lo strumento.


L'attenzione al punto esatto in cui compiamo un gesto vale anche per molte azioni quotidiane, sulle quali spesso riversiamo una forza eccessiva e mancanza di attenzione (io penso sempre allo spazzolino da denti).



Andata e ritorno

Quando compiamo un qualsiasi movimento siamo quasi sempre concentrati sulla sola andata: prendiamo un oggetto, ci abbassiamo, ci allunghiamo... e poi ci dimentichiamo di come muoverci per tornare indietro.
La prova è che, spesso, ci facciamo anche male (un classico esempio è quando ci abbassiamo per prendere qualcosa e, rialzandoci, sbattiamo la testa).
Sul nostro strumento è lo stesso. Ho già parlato, in questo blog, dell'importanza dell'arcata in su, molto spesso dimenticata e messa in secondo piano rispetto a quella in giù. Le due arcate sono due movimenti completi, di andata e ritorno, e hanno bisogno della stessa energia e concentrazione, fino all'ultimo istante, ossia senza accorciare la seconda. Ricordiamoci sempre di utilizzare in modo corretto l'arco, distribuendo bene note corte e note lunghe, e cercando di rendere omogenee le arcate. Un esercizio utile  per l'uguaglianza delle due arcate (su e giù) può essere quello di eseguire una scala o uno studio (o un brano) semplice, con le arcate al contrario: l'arcata in giù sarà sostituita da quella in giù e viceversa. Il che non significa casualità totale!
Lo stesso discorso vale per la mano sinistra. Così come è importante la caduta, morbida e rilassata, delle dita, lo è anche il movimento di ritorno, ossia il rilascio delle dita sulle corde. Concentriamoci quindi sia sulla prima fase, sia sulla seconda, ponendo la nostra attenzione sul dito che torna alla posizione di partenza. Possiamo quindi studiare un esercizio di tecnica sia partendo dal dito che si abbassa sulle corde, sia partendo con le dita già sulle corde e concentrandosi sul movimento contrario. Quando il dito si solleva compie un movimento simile a quando si tocca qualcosa che scotta... si alza velocemente, di scatto.
I due movimenti, poi, si uniranno, inconsapevolmente, quando riprendiamo l'esercizio concentrandoci solo sulla velocità.
E, ovviamente, facciamo attenzione anche quando ci rialziamo, e cerchiamo di lasciare la nostra testa intatta!





Come un direttore d'orchestra

La mano sinistra del violinista sta alla sua destra come il direttore d'orchestra ai musicisti che si trova di fronte.
Il direttore deve dare gli attacchi e indicare il tempo sempre con un po' di anticipo, e non esattamente insieme all'orchestra.
Se le nostre mani non si abituano a questo anticipo il suono e l'intonazione saranno sempre precari.
Spesso mi capita di sentire allievi che fanno cadere il dito e, solo allora, correggono l'intonazione. Non emettono un suono corretto senza aver constatato che il dito è intonato. Un circolo vizioso che non porta da nessuna parte: la destra aspetta la sinistra e viceversa e, come di fronte a una porta, due persone che non sanno quando entrare e, alla fine, sbattono tra loro.
La caduta delle dita deve partire, innanzitutto, dalla conoscenza della collocazione del dito sulla tastiera: dobbiamo conoscere esattamente dove si trova, che sia prima o altre posizioni. Poi, una volta caduto il dito, con decisione ma allo stesso tempo morbidezza, se è stonato si corregge: si fa nuovamente cadere e, se è intonato, si ripete più volte fino a quando è la caduta del dito ad essere intonata, non l'aggiustamento successivo.
L'anticipo della mano sinistra è così impercettibile che deve diventare un movimento automatico; non può essere consapevole e calcolato ogni volta che si abbassa un dito. E' utile, quindi, studiare la caduta del dito eseguendo delle pause, ossia dei respiri, prima di ogni arcata: abbasso il dito - pausa - suono la nota. Questo, ovviamente, a piccole dosi e con esercizi specifici. Si può partire dalle scale per poi affrontare esercizi con note su corde diverse e, infine, brevi sezioni tratte dai brani che stiamo suonando.


(nella fotografia: Leonard Bernstein)



Mute

A volte mi capita di osservare chi suona, pensando che non sempre il sonoro corrisponde all'atteggiamento del corpo.
Siamo preoccupati a tal punto da dimenticarci di noi stessi. 
Proviamo a pensare di più alla nostra postura e alla posizione del nostro corpo; da come stiamo in piedi, a come camminiamo e a come ci poniamo nei confronti degli altri.
Veniamo allo strumento. Le preoccupazioni tecniche e musicali spesso ci impediscono di vederci dall'esterno, di percepire il nostro corpo, bloccato nel particolare.
Togliamo allora l'audio a quello che stiamo facendo. Non sempre, si tratta di un esercizio come un altro, da provare ogni tanto. L'audio va tolto nella nostra testa, ovviamente. Dobbiamo suonare ponendo la nostra attenzione ai movimenti e non a quello che produciamo. 
Immaginiamo di osservarci mentre suoniamo. E facciamo attenzione a diversi punti.
Intanto poniamo la nostra attenzione alla posizione del corpo, anche se di questo ho già parlato.
Quello che mi interessa in questo studio senza audio è capire se, dai nostri movimenti, si percepisce cosa stiamo suonando.
Che ritmo stiamo eseguendo? Se un brano è "Allegro" il nostro arco sarà veloce e leggero, se suoniamo un "Adagio" più morbido e stabile. Riusciamo a muoverci a tempo giusto? Riusciamo a "vedere" il ritmo?
Non è necessario muoversi in modo eccessivo: anche il semplice atteggiamento chiarisce le intenzioni. Concentriamoci sulle nostre braccia, sulla reattività e prontezza delle articolazioni della spalla, del gomito e del polso. Partecipano tutte, sempre, alla produzione del suono.

Infine la nostra espressione! Non possiamo essere accigliati, preoccupati, bloccati e senza respirare! Stiamo suonando, non andando al patibolo.

ps: possiamo anche riprenderci mentre suoniamo; poi, oltre a riascoltare quello che abbiamo eseguito, provare a rivedere senza audio.


Il braccio lo sapeva


Tempo fa, durante una lezione, proposi a una piccola allieva un brano che non aveva più suonato da qualche settimana. Dopo un'esecuzione, quasi perfetta, lei esclama "ero sicura di non saperlo, invece il braccio lo sapeva".
Questa affermazione, secondo me, spiega molto bene cosa significa lo studio di uno strumento musicale. Dopo aver capito e chiarito cosa e come studiare, c'è bisogno assoluto dell'automatismo.
Automatizzare una azione significa farla senza pensarci più, così come molte delle azioni che compiamo giornalmente. Sullo strumento, in particolare, il passaggio deve venire sempre e solo corretto. Facciamo quindi attenzione a ciò che ripetiamo, perché è molto importante. Stiamo insegnando al nostro braccio, alle nostre dita, un comportamento corretto. Il passaggio deve venire sempre, bene, più e più volte. Per questo si ripetono corde vuote, esercizi di tecnica, colpi d'arco e altro ancora.
Il problema fondamentale, però, è che l'automatismo ha pro e contro. Lo vediamo, appunto, nelle cose di tutti i giorni: mangiamo, camminiamo, guidiamo eternamente distratti! Raramente si pensa a ciò che si fa.
Quindi: impariamo l'automatismo del colpo d'arco, del passaggio; ripetiamolo fino a quando sono le nostre dita o il nostro braccio a guidarci. Ma cerchiamo anche di rimanere presenti a noi stessi; questo non solo nella musica.




Note ripiene

La premessa di questo post è che il ritmo ha una importanza fondamentale, sia per la pulsazione, sia per la coordinazione tra arco e mano sinistra.
Il ritmo, l'ho scritto più volte, fa parte della nostra vita, dal respiro al battito cardiaco, dai passi a molte delle azioni quotidiane, senza parlare poi dell'alternarsi di giorno-notte, mesi, stagioni, anni...
Per questo motivo, quando suoniamo, il ritmo deve essere sempre in primo piano: anche quando ci occupiamo esclusivamente del suono, eseguendo note lunghe, queste dovranno essere tutte uguali, quindi avere la stessa durata. Eseguire una nota più lunga e l'altra più corta non sarebbe utile per la distribuzione dell'arco.
Quindi, pensiamo sempre al ritmo... Come?
Intanto è importante tenere presente la pulsazione ritmica di ciò che si suona. Spesso ho sentito musicisti accorciare note, o pause, perché ritenute di poca importanza. Suoniamo sempre tutto a tempo, pause e note lunghe (noiose, sì) comprese.
Poi cerchiamo di non accorciare le note lunghe inconsapevolmente; a volte delle sequenze di note veloci e note lunghe portano ad accorciare queste ultime.
Arrivo, quindi, al titolo del post!
Se abbiamo una sequenza di note veloci seguite da note lunghe, "farciamo" le note lunghe con quelle corte. La nota lunga è difficile da contare più di quella corta, perché ci si perde: allora suddividiamola, sempre.
Un esempio: se a una serie di quattro semicrome segue una minima, immaginiamo all'interno di questa le quattro semicrome. Questo vale per l'esecuzione per qualsiasi sequenza di questo tipo, in caso di brani o studi...
Ma possiamo fare lo stesso durante le famigerate note lunghe (scale o corde vuote): invece di contare uno-que-tre-quattro, proviamo a infilare quattro note veloci sull'ultimo quarto - che di solito si accorcia. Oppure proviamo a inventarci dei ritmi diversi, come se ci accompagnasse una batteria, sotto alle scale lente, in modo tale da rendere più divertente l'esercizio. Non so: minima-minima-seminimmasemiminima-quattrocrome.
Il rispetto del ritmo, come fosse un respiro calmo (anche nella fretta di tante note), ci permette di essere consapevoli dell'arco fino all'ultimo momento, e di dare il tempo alla sinistra di posizionarsi sulla tastiera (con l'anticipo che serve), senza arrivare prima e sporcare i passaggi.




Contro la legge di gravità

Come dico spesso ai miei allievi "è più facile buttarsi su un divano che tirarsi su". L'arcata del violino è un costante lavoro di caduta e risalita: quest'ultima va contro le leggi di gravità.
Mentre l'arcata in giù, per quanto comunque complessa i primi tempi, è aiutata dalla forza di gravità, quella in su presenta due difficoltà: la prima è appunto il fatto di riportare il braccio in alto, la seconda quella di suonare al tallone, punto debole di ogni violinista.
Prima di tutto, quindi, è importante riuscire suonare senza paura al tallone, per acquisire una cerca padronanza e poi una discreta scioltezza. Si possono eseguire note corte, all'inizio anche staccate perché è più semplice, al tallone estremo, anche dove a volte non abbiamo più la pece!

Sfatata la paura del tallone bisogna concentrarsi sempre sull'arcata in su, cercando di tornare sempre al punto di partenza, ovviamente in caso di note di uguale valore. Un errore che può capitare spesso è quello di ritrovarsi alla punta pur suonando note che dovrebbero rimanere nello stesso punto dell'arco - ad esempio un detaché alla metà.
L'arco va utilizzato dove suona meglio: possiamo decidere per esempio di eseguire un detaché alla metà, oppure un passaggio più forte e deciso al tallone o ancora un pianissimo alla punta. Questo ovviamente a grandi linee, la lista è lunga...
Di certo, comunque, non possiamo suonare alla punta perché l'arco ci è finito lì senza sapere perché, oppure perché abbiamo paura del tallone!