L'elogio della lentezza

"Una delle chiavi della padronanza delle arti marziali è che anche il movimento più rapido deve essere generato da una mente calma e riflessiva".*




Credo che la lentezza sia la soluzione migliore per affrontare lo studio di un brano.
Ma... cosa si intende per lentezza?
Io forse la definirei "il tempo che ognuno di noi ha, dentro di sé, per fare le cose con calma, nel presente". Ognuno di noi ha un ritmo differente, che si può notare dalla camminata, dal respiro, dal battito cardiaco; inoltre, se battiamo il tempo con una mano, avremmo il "nostro" ritmo. La difficoltà sta nel capire quale è, senza fretta e senza ansia.
Possiamo camminare velocemente, perché crediamo sia tardi, oppure lentamente, assaporando i passi, osservando quello che ci circonda e ascoltando il respiro (o altro ancora). Possiamo fare qualsiasi azione con il ritmo giusto, ossia essendo presenti e concentrandoci sul presente, oppure presi da una fretta che per la maggior parte delle volte è messa da noi stessi e non da eventi reali. Lo so, mi ripeto nelle cose che dico.

Sullo strumento studiare lentamente significa rallentare al massimo la condotta dell'arco e la caduta delle dita, in modo da avere la totale consapevolezza di quello che facciamo.
Studiamo un qualsiasi brano più lentamente possibile, facendo attenzione a tutto quello che riteniamo importante: l'arco (dritto, appoggiato, cambio morbido) e sinistra (caduta delle dita, intonazione).
Per quanto riguarda l'arco di solito si tende a preferire la velocità e lo "spolverare la corda" alla lentezza e all'appoggio. Proviamo a concentrarci costantemente al braccio che scarica il peso sulle corde.
La mano sinistra deve essere ferma (non rigida) e le dita devono cadere morbidamente sulle corde, senza eccessivo sforzo: io penso alla caduta sulle corde e non sulla tastiera. E, più importante di tutto, il dito deve cadere con la massima fermezza, senza fare quella che io chiamo la "scivolarella": se è sbagliato si alza e si corregge, come minimo ripetendolo tre o quattro volte in modo corretto. Correggere continuamente il dito in fase di caduta è dannoso e non serve né all'intonazione né alla stabilità della mano. In concerto, poi, ci si corregge di continuo in questo modo!

Lentamente significa..... molto, molto, molto lentamente.


*http://pensarealnaturale.blogspot.it/2011/03/nella-tua-pazienza-e-la-tua-anima.html?spref=fb

Il violino interiore (recensione)

Dominique Hoppenot
"Il violino interiore"
Cremonabooks, pagine 191, euro 19




“Il violino interiore” è tutto quello che riguarda il nostro rapporto con lo strumento, fatto di studio, costanza, attenzione alla tecnica, ma soprattutto di una grande passione, di “una lunga storia d’amore”.
Dominique Hoppenot (1925-1983), docente conosciuta in tutto il mondo, ha lavorato in particolare sugli aspetti psicologici e fisici relativi allo studio degli strumenti ad arco.
Il libro parte da una importante constatazione: la relazione triste e dolorosa che molti musicisti hanno con il proprio strumento, fonte di frustrazioni, paure e angosce. La relazione con lo strumento, attraverso un percorso interiore, deve invece arrivare ad essere espressione di se stessi, della musica che sentiamo dentro e di quello che possiamo trasmettere, a qualsiasi livello, dal professionista al dilettante. Lo scopo del suonare è sentire la musica ed esprimerla con il violino, che diventa appunto strumento per esternarla. Intonazione, sonorità, ritmo ed espressione devono essere prima interiorizzati e poi applicati allo strumento, alla tecnica strumentale che, se non ha una base solida dentro di noi, diventa solo inutile ricerca, sterile e fine a se stessa. L’autrice si sofferma molto, infatti, sul rapporto con lo strumento ma soprattutto con il proprio corpo: postura, respirazione, rilassatezza; il primo strumento che deve essere accordato è il nostro corpo, dall’appoggio al suolo all’attenzione alla colonna vertebrale, al respiro, alla posizione delle braccia e all’equilibrio di tutte le forze che entrano in gioco quando si suona.
“La forza motrice del suonare è l’amore, che dà lo slancio, la fede, l’interesse, la costanza, senza le quali ogni iniziativa, ogni sforzo si dissolve in velleità deludenti. Amore ma anche pazienza “la pazienza deve essere così radicata in noi da infonderci una costanza d’amore che possa resistere a qualunque delusione.”
Come epilogo del libro l’autrice riporta un passaggio del romanzo “Il serpente di stelle” di Jean Giono: queste le parole del maestro all’allievo “… lasciati portare, fatti docile, lasciati vivere nella vita senza pensare che suoni il flauto e allora suonerai”.

L'esercizio principe

Mi piace molto questa espressione!




Credo che quello che nello studio non debba mancare mai sono le corde vuote (o scale) eseguite lentamente. Il suono, quello vero, corposo, appoggiato e pieno di armonici, nasce e si forma attraverso lo studio quotidiano della lentezza nella condotta dell'arco.
Già quando uno strumentista accorda si può sentire se il suono è sostanzioso o no.

Così come dice Tartini nella sua splendida lettera a Maddalena Lombardini, le "note lunghe" si devono studiare tutti i gioni. La potete trovare e scaricare qui: Lettera alla Signora Maddalena Lombardini

Io parto da arcate veloci, della durata di un battito con metronomo a 60; queste prime arcate servono per sciogliere il braccio e vanno eseguite senza peso, pensando solo alla correttezza della conduzione dell'arco (che deve essere dritto).
Poi aumento la durata, due, quattro, sei, otto, dodici....
Le note vanno eseguite cercando di appoggiare il braccio e di rimanere morbidi il più possibile. Io me lo ripeto ogni secondo, penso addirittura ai granelli di pece che si "srotolano" sulle corde.

Le note lunghe possono essere eseguite anche con diverse dinamiche: iniziando forte al tallone e finendo piano alla punta (riprendendo poi piano e andando al forte al tallone), oppure il contrario, che trovo molto utile: si inizia pianissimo al tallone, lavorando bene sulla tenuta del mignolo, e si arriva fortissimo alla punta, appoggiandosi bene sull'indice, con tutto il braccio.
Si possono fare anche dei cambi di dinamica alla metà: forte-piano-forte o viceversa.

Tutti i giorni, tutti i giorni!


Provare, provare, provare, provare, provare, provare....

In tanti anni di rapporto con il violino (ora con la viola) ma soprattutto di alternanza di periodi in cui ho suonato a periodi in cui invece volevo smettere e non ho toccato lo strumento, ho capito che gran parte dello studio giornaliero serve solo a placare l'ansia da conoscenza.
Che significa? Significa che se abbiamo studiato un brano, e andiamo a dormire, ci alziamo il giorno dopo con la domanda "ma verrà ancora?"Così si esegue di nuovo, e si ripete, si ripete, si ripete.... Suonare uno strumento significa non avere la sicurezza matematica che il pezzo il giorno dopo verrà (parlo di sicurezza mentale), e secondo me gran parte dello studio si spreca dietro a questa problematica.
Lo studio deve essere mirato, deve diventare una lente di ingrandimento del problema, di quello che non viene (arco, velicità, passaggio di posizione), non una ripetizione meccanica di tutto, fatta senza pensare.
Sono stata davvero tanti anni senza suonare: i passaggi che conoscevo bene sono rimasti intatti, quelli che sapevo così così.... sono rimasti così così. Quello che si studia con la testa rimane, per sempre.
Quando i grandi musicisti affermano che studiano poco è perché non sprecano il loro tempo, perché studiano con la massima concentrazione.
Quindi: proviamo a prendere un qualsiasi brano, ad eseguirlo, a segnare a matita i passaggi che non vengono. Studiamo per una settimana solo quei passaggi, lentamente (secondo me il metodo di studio più efficace), ma LENTAMENTE davvero. E poi lo eseguiamo di nuovo alla fine della settimana....







Io "gioco" il violino

Ho sempre riflettuto molto sulla differenza tra l'espressione italiana "suonare" e quelle straniere jouer e play. Senza che questa riflessione diventi una polemica negativa sulla considerazione della musica in Italia, penso a quanto possa essere differente immaginare il suonare come a un gioco.





Penso che la difficoltà del suonare, sia tecnica sia emotiva, sia presente in ogni paese, ma di sicuro i nostri sforzi per rendere l'atto più piacevole saranno ricompensati. Di sicuro lo studio è faticoso, è un atto giornaliero di grande volontà. Però non deve essere trasformato in qualcosa di perennemente frustrante e negativo.
Cerchiamo di essere sempre positivi, di divertirci, di dare qualcosa alla musica mentre suoniamo. Cerchiamo di ricordarci sempre della musica.
A volte siamo presi da problemi che di sicuro hanno una loro base reale (IL QUARTO DITO.....!!! CHE CROCE.....!!) ma non possono farci dimenticare il fraseggio di Bach o di Mozart, ma anche l'andamento di una scala, il bel suono, la piacevolezza di uno studio - anche di Curci. Non possiamo suonare un brano musicale ossessionati dal quarto dito, è un supplizio. Meglio un quarto dito calante, o una corda vuota in sostituzione ogni tanto, che un intero brano rovinato da un pensiero costante e martellante.
Ovvio.  se il problema c'è, si può affrontare, magari a parte, per un tempo determinato (un tempo che non ci faccia venire una tendinite al mignolo) e con la massima precisione. Riguardo a questo si può leggere il post "Dr. Jekill e Mr. Hyde".

Un esercizio divertente è quello di immaginare mentalmente un brano musicale, anche difficile. Non importa se non si conosce bene tecnicamente, l'importante è saperlo suonare diciamo  a un 50%. Bene, provate ad eseguirlo sempre come se venisse benissimo, come se fosse perfetto, come se voi foste Perlman (o immaginate voi il vostro musicista preferito) davanti a 5.000 persone. Sbagliate le note, inventatevi le arcate, le diteggiature, ma mantenete tutto quello che è musicale: ritmo, fraseggio, dinamica e la musica! Immaginate, immaginate, immaginate: voi siete Perlman che suona divinamente, sciolto, morbido e soprattutto... sorridente! Ma dovete essere lui, senza mentire!


Non parlar di corde.... ultima parte


Ecco l'ultima parte dell'articolo. Ringrazio ancora Andrea Scaramella per il prezioso contributo!



La D’Addario in seguito cominciò a sfornare novità interessanti: le Helicore per esempio sono le uniche corde con l’anima in multifilamento metallico che abbiano un suono paragonabile a quelle con anima sintetica. Tuttora restano tra le mie preferite assieme alle Evah Pirazzi sulla viola, ma non posso dire altrettanto sul violino per il loro suono un po’ troppo monotono come colore, la loro elevata tensione tale da “schiacciare” lo strumento riempiendolo di wolf tone, la scarsa durata dovuta in qualche caso la fragilità sia dell’anima che del filamento che la avvolge. Un vero peccato perché tutte le altre caratteristiche sono di rilievo (potenza, prontezza e varietà dinamica).





Un capitolo a parte erano le Zyex prima versione, costruite con l’anima in un nuovo materiale composito denominato appunto Zyex. Estremamente sonore sotto le orecchie (e piuttosto faticose per l’arco!), ma dal suono piuttosto “vuoto”di armonici, avevano una stabilità nell’accordatura incredibile: dopo qualche giorno di assestamento non si aveva più bisogno di accordare per un mese intero! Peccato che la loro elevatissima tensione ed elevata rigidità ne comprometteva il rendimento e la gamma dinamica (ed anche la mia mano sinistra!). In ogni caso assai più durature delle precedenti Helicore. Di recente sono state prodotte in una nuova versione, con minor tensione della precedente (meno male!) e mi sono ripromesso di provarle in futuro sia sul violino che sulla viola.
Successivamente ebbi modo di testare due nuovi (e ultrapubblicizzati) prodotti della Pirastro: le nuove Passione e Passione Solo, reclamizzate come le corde in budello più stabili in assoluto nell’accordatura, ma in realtà solo un po’ più stabili. Se le prime davano una discreta soddisfazione (suono che “corre”, buona qualità degli avvolgimenti e durata 4 mesi buoni, buona reattività e grande quantità di armonici sia pur con un rendimento generale un pò inferiore alle Oliv) ma ad un prezzo elevato, le seconde erano abbastanza “terribili” e ancor più care. Questa versione Solo era in realtà la versione rigida delle Passione normali, ne più ne meno di ciò che accadeva con le Eudoxa o le Oliv con la versione Stiff. Tale rigidità, diversamente dalle Eudoxa o dalle Oliv, comprometteva drasticamente la prontezza di emissione allo scopo di avere un po’ più di volume sonoro. Il risultato era più o meno simile a quello delle Kaplan Golden Spiral Solo, con la differenza che le Passione Solo costavano più del doppio: ne valeva la pena? Ritenni proprio di no. Tale differenza di rendimento dalle vecchie Oliv era dovuto alla nuova anima in budello di vacca, vista ormai l’impossibilità generalizzata di reperire budello di agnello sul mercato. Il budello di vacca è più scuro di tinta, tendenzialmente più fibroso e meno elastico del budello di agnello, e ciò sicuramente influisce sul rendimento finale delle corde. In sintesi più stabili di accordatura rispetto la vecchia generazione di corde in budello, ma non più allo stesso livello in termini di rendimento sonoro.
Dopo esser tornato alle solite combinazioni Dominant-Jargar e Dominant-Westminster, per me molto soddisfacenti, ho recentissimamente testato due nuovissimi prodotti: le Peter Infeld della Thomastik (dette comunemente PI Greco), e le Dogal Capriccio dell’ omonimo produttore di corde veneziano.
Le prime si sono rivelate incredibili per alcune loro caratteristiche: posso affermare con certezza di non aver mai provato corde più pronte e reattive di queste! I passi veloci diventano una sciocchezza e l’articolazione della mano sinistra non è più un problema. Hanno una definizione del suono notevole, e sono veramente un significativo passo in avanti rispetto le precedenti Vision, anche se forse hanno leggermente meno armonici delle Dominant. Nulla si sa sulla loro costruzione e sui materiali, ma vengono pubblicizzate come la prima serie di corde di una nuova generazione: personalmente non credo che l’anima sia in fibra di carbonio come le Vision e le varie Evah, Obligato etc. Inoltre si distinguono per il Mi placcato in platino pubblicizzato come l’ultimo urlo a livello tecnologico, e che effettivamente ha un suono molto ricco di armonici, anche se non molto potente e tendente ogni tanto a fischiare. Sotto le dita risultano morbide, elastiche e abbastanza levigate, senza sembrare troppo tese come le Titanium Solo pur avendone pressappoco la stessa tensione. Per contro, al pari delle Evah Pirazzi, hanno un costo molto elevato (il Mi in platino costa un botto!), ma si salvano per una durata di circa tre mesi o quattro mesi di uso intensivo, dopodiché il loro rendimento ha una caduta letteralmente verticale come le Vision e le Evah.
Le seconde pure sono state una piacevolissima sorpresa: commercializzate in 2 versioni, Orchestra e Solist, hanno l’anima in Syntethic Gut, una fibra utilizzata per la produzione di corde nautiche, e si sono rivelate, sia pur con qualche difetto di gioventù riguardate il bilanciamento complessivo della muta prontamente segnalato al gentilissimo produttore, estremamente robuste e durature. Assai elastiche, nonostante esse siano piuttosto rigide prima di essere montate, hanno una potenza ed una gamma dinamica incredibili, un suono piuttosto scuro ricco di armonici e dalla grande proiezione, una ottima definizione di suono e articolazione nei passi veloci: con queste corde gli armonici non falliscono mai! Di durata abbastanza elevata come le precedenti PI, sono sicuramente le corde più potenti che abbia provato fino ad adesso: ho per il momento provato la versione Orchestra, la versione Solist dovrebbe essere ancora più sonora. Inoltre sono le corde più lisce e levigate in circolazione, il che le rende assai poco sensibili al sudore permettendo così cambi di posizione fulminei! Trovo che abbiano un tipo di utilizzo piuttosto “estremo”, visto che tendono ad essere leggermente aspre come timbro e quindi orientate (nonostante la versione si chiami Orchestra) ad un uso prettamente solistico, ma ciò non mi dispiace affatto. Come unico neo forse non sono adatte a tutti gli strumenti, specie a quelli che non tollerano tensioni elevate.
A tal proposito, alcuni liutai ritengono che l’uso intensivo di queste nuove corde dalla elevata tensione e dal grande volume sonoro porti ad usurare precocemente gli strumenti stressandone la catena. Per questa ragione ho personalmente preferito abbassare il ponticello del mio violino di circa un mm allo scopo di permettere il l’uso di queste corde più tese e sonore. Ciò si è rivelato determinante nell’ottimo rendimento sia delle Dogal Capriccio sia delle PI.
Ultimamente mi sto quindi rivolgendo all’uso di tre tipi di corde: alle intramontabili Dominant, che trovo estremamente “cantabili” se accostate al giusto Mi, alle nuove Thomastik PI (senza il Mi in platino!) per la loro estrema facilità di emissione, chiarezza in ogni situazione e degne sostitute delle precedenti, ed alle Dogal Capriccio, votate in tutto e per tutto al repertorio virtuosistico.
Non ho per ora voluto testare ne le Larsen Tzigane (anima in carbonio) ne le nuovissime e costosissime Evah Pirazzi Gold: le prime, in base ad un filmato di un test di varie corde su di uno stesso violino visionabile su youtube, sembrano nasali e dal suono piuttosto piccolo; le altre, ascoltate su un altro video di presentazione, non mi hanno allo stesso modo entusiasmato, risultando timbricamente piuttosto vuote all’ascolto. Entrambe sembrano durare poco (circa un mese) secondo i vari thread posti sul solito blog violinistico americano. L’indice di qualità delle corde, ancora una volta, ritengo sia dato dai solisti: le corde più usate restano le Evah Pirazzi, che garantiscono 2 mesi di rendimento, le Dominant (dai 2 ai 3 mesi) e ora le PI, che hanno una durata superiore delle due precedenti, alle quali molti sono passati recentemente (Kavakos, Sarah Chang, il grande violinista recentemente scomparso Ruggiero Ricci.)
Non credo che a questo punto le successive evoluzioni siano finite.
In base alle notizie dei soliti ben informati, alcuni solisti si fanno costruire dalla Pirastro o dalla Thomastik corde su misura per le loro esigenze. Vengerov monta una versione speciale delle Evah Pirazzi costruite apposta per lui, Sarah Chang sembra stia usando un Sol ed un Re versione evoluta delle Thomastik PI, che pare siano il prototipo di una futuro prodotto che la Thomastik intende immettere sul mercato.
In conclusione l'attuale disponibilità di corde sul mercato era praticamente impensabile fino a qualche anno fa, limitata alle Dominant, Oliv, Eudoxa e alle rarissime Kaplan e Corelli: oggidì si trovano corde di tutte le qualità e di tutti i prezzi, adatte alle più disparate esigenze.
E la tecnologia odierna ci ha portato più vicini a raggiungere le caratteristiche della corda ideale: lunga durata, profondità e definizione di suono, grande ricchezza di armonici, grande gamma dinamica, varietà di colore sonoro e reattività nei passaggi veloci, facilità di emissione in qualsiasi condizione.


Fine

Non parlar di corde.... in casa del violinista-seconda

ecco la seconda parte dell'articolo sulle corde scritto da Andrea Scaramella


La maggioranza dei miei colleghi erano violinisti d’orchestra, e il loro lavoro li portava a cercare un tipo di suono comunque lontano dai miei ideali e dalle mie esigenze, in realtà assai più vicini al suono di un solista o di un camerista. Per il violinista d’orchestra cercare l’amalgama e la fusione del proprio suono con quella del compagno di leggio e con i colleghi della propria fila è un “must” e questo condiziona non poco la scelta delle corde. Quindi corde come le Obligato o le Infeld Rosse o le Vision Titanium Orchestra possono sembrare il massimo in tal senso, ma nel momento un cui ci si ritrovava a suonare in pochi o a far musica da camera (cosa che a me capitava spesso), a mio modo di sentire esse fallivano miseramente per il suono debole “che non corre”, poco corposo e sfocato che ne derivava, specie nei passi veloci.


All’acquisto del mio primo strumento veramente importante feci così ulteriori esperimenti ed ebbi anche qui modo di testare gratuitamente una muta per violino delle nuove Larsen in perlon prodotte dalla omonima ditta. Se dapprima mi sembrò di aver trovato finalmente un prodotto superiore alle Dominant, dall’emissione pronta in tutta la gamma dinamica dal pp al ff, tale euforia durò poco più di due settimane. Sia il Sol che il Re non davano più quel bel suono brillante e corposo dell’inizio, il Re in alluminio risultava la corda più debole di tutta la muta, ed in generale il suono era divenuto assai più spento e con meno armonici di quando le avevo appena montate. Mi informai anche sul prezzo e alla fine, valutando la maggior spesa e la assai minor durata, il gioco non valeva proprio la candela. Veramente un peccato!
Ebbi anche un’altra occasione di test dalla Savarez, che mi mandò in prova una muta delle loro nuove Alliance Vivace in kevlar. Se rispetto la prima edizione queste erano di qualità migliore negli avvolgimenti e di grande durata, la tensione era aumentata nel tentativo di avvicinarsi alle caratteristiche delle Evah Pirazzi (anche come costo), seppur trovassi il suono un pò più sfocato e con meno armonici rispetto queste ultime. Mi ripromisi di provarle in futuro in versione più sottile con tensione minore, ma ancora non l’ho fatto.
Visti i tentativi infruttuosi di trovare corde che mi soddisfacessero veramente, cominciai allora a guardarmi in giro su internet alla ricerca di informazioni, dapprima guardando i video dei vari solisti del momento che mi piacevano (Vengerov, Perlman, Shaham, Joshua Bell, Anne-Sophie Mutter etc…) per vedere cosa usavano. E, tranne due affezionati alle costosissime e problematiche Pirastro Oliv (Viktoria Mullova e Frank Peter Zimmermann) e altri due alle Vision Titanium Solo (Kavakos e Zukerman), nessuno si discostava dalle Dominant o dalle Evah Pirazzi.
Le differenze tra le corde di tutti questi solisti si concentravano nei calibri (Shaham usava il Re stark della Dominant), e soprattutto nella scelta del Mi.
Questo fattore era da me sempre stato sottovalutato fino a quel momento: tanti di loro usavano il Goldbrokat 0.26mm (giallo) e 0.27mm (verde), altri il Westminster 0.26mm (viola) o 0.275mm (nero), altri il Pirastro Gold (quello che avevo sempre usato io fino a quel momento), altri ancora il Kaplan Golden Spiral Solo, oppure il Mi placcato in oro (Pirastro Oliv o Evah Pirazzi).
Mi venne pure in mente il suggerimento di un mio grande e bravissimo insegnante russo che era completamente “votato” al Mi Jargar forte, usato pure da Hilary Hahn e da Repin.
Incrociai le informazioni così ottenute con quelle che trovai su un noto blog violinistico americano e, grazie ad un paio di interessantissimi thread, uno riguardante le combinazioni di corde usate dai solisti del passato e di oggi, ed un altro riguardante le caratteristiche di quasi tutte le corde presenti sul mercato, mi lanciai in nuovi esperimenti.
Volli così cimentarmi nel provare tutti i Mi possibili ed in tutti i calibri, facendo così una scoperta per me importantissima: a seconda della elasticità e della tensione del Mi, il timbro e la potenza di tutto il violino cambiano in modo radicale. Più elastico è il Mi e più scuro diventa lo strumento, più teso è il Mi e più potente diventa.
Trovai così una combinazione sul mio violino che funzionava a meraviglia: 3 Dominant con il Re in argento e Mi Jargar forte. Tale combinazione mi garantiva un perfetto equilibrio timbrico e dinamico sulle 4 corde, buona reattività e facilità di emissione, grande dinamica e grande dolcezza di timbro allo stesso tempo, cosa quest’ultima che mi era sempre un po’ mancata da quando avevo abbandonato le Oliv.
Avevo così raggiunto quasi il mio ideale di suono.
Oggi, per esempio, cambio il tipo di Mi a seconda di cosa devo suonare: nel repertorio barocco o classico, dove si richiede brillantezza soprattutto, monto il Goldbrokat 0.26mm o il Dogal Marchio Blu (indistruttibile!) o l’Oliv dorato medio (forse un po’ problematico perché tende fischiare, ma sai che soddisfazione suonare gli Uccellini della Primavera di Vivaldi con il suono letteralmente celestiale che questo Mi emette?). Nel repertorio romantico da camera da Beethoven in poi, dove si richiede potenza e morbidezza allo stesso tempo, monto lo Jargar forte; se invece devo suonare da solista il Westminster nero è imbattibile, peccato sia difficilissimo da trovare. In questo caso l’alternativa degna di nota è l’Evah Pirazzi forte in oro o il Kaplan Golden Spiral Solo 0.27mm.
Ho escluso tutti i Mi fasciati per molti buoni motivi: se generalmente essi fischiano meno dei Mi nudi (unico vero vantaggio), essi hanno sempre un po’ meno armonici, si rompe facilmente la loro fasciatura, sono meno duraturi e sonori, sono meno reattivi e presentano generalmente un suono un po’ più sfocato (Pirastro  n°1, Kaplan Solution, Spirocore, Dominant versione fasciata).
Fino ad allora mi ero accorto di aver quasi sempre trascurato le corde della D’Addario, a me nota solo per aver rilevato la produzione delle Kaplan Golden Spiral in budello, corde ormai andate in disuso ma che nei loro tempi d’oro avevano riscosso notevole successo (erano le preferite da Kogan, Stern, Michael Rabin e Zino Francescatti). Mi sono tolto lo sfizio, qualche tempo fà di provare anche queste: molto potenti, molto scure con buona ricchezza di armonici, abbastanza stabili nell’accordatura per essere corde in budello e dalla tensione piuttosto alta, ma con una inerzia ad entrare in vibrazione assai elevata. Inoltre la loro costruzione era a quei tempi piuttosto approssimativa, non tanto per la qualità del budello, a mio giudizio il migliore ed il più robusto in assoluto, quanto per gli avvolgimenti delle corde, soggetti soprattutto nel Re in argento e nel La in alluminio a sfilacciarsi e rompersi con facilità.
Naturalmente il progresso avanza, e da quel tempo ad oggi altre novità si sono ulteriormente affacciate sul mercato.
(Segue)