Prima o poi passa


La paura di suonare.
Per quanto noi possiamo essere preparati, aver studiato ogni minimo dettaglio e passaggio difficile, aver affrontato con calma e magari qualche esercizio di rilassamento .... suonare in pubblico ci fa paura. Non c'è niente da fare, quasi per tutti è così.
Cosa si fa allora? Si affronta la paura, la si lascia passare e si aspetta che finisca, perché poi finisce (di solito dopo un po', se non ci si fa prendere appunto dal panico).
Ho sentito storie assurde su grandissimi musicisti che dovevano essere quasi buttati sul palcoscenico. Quindi ho capito che la paura del pubblico, che io preferisco definire come una fortissima emozione, la provano tutti.
La differenza la fanno prima di tutto la preparazione e poi come affrontarla.

La preparazione significa uno studio attento (in particolare le note lunghe), su uno stile di vita tranquillo, aver fatto  stretching prima e dopo lo studio, capire musicalmente il brano e provare a interpretarlo, a suonarlo. Insomma, tutto quello che possiamo fare per essere tecnicamente, fisicamente e musicalmente preparati.

La paura si affronta come se appartenesse ad un'altra persona. Ci sono moltissimi articoli, libri e video sull'argomento, su come essere presenti e "osservare" le nostre emozioni, ossia non identificarci in esse. Sappiamo che la paura arriva ma allo stesso tempo se ne va. Di sicuro questo ci dovrebbe far stare più tranquilli ed evitare attacchi di panico.
Rimaniamo calmi, accettiamo quello che ci accade prima del concerto e durante i primi minuti. Non ci opponiamo. E soprattutto cerchiamo di evitare di pensare solo ed esclusivamente a quello, all'arco che trema e che non si appoggia più. Ad un certo punto svanisce...
E' come un temporale, un dolore fisico o emotivo, come quando siamo arrabbiati o delusi.... o ancora quando perdiamo una persona cara; tutto finisce. La forza è nell'affrontare le paure, nel superarle, non nell'evitarle.

Prima o poi si impara a conviverci, a sorridere di questo. E anche a esserne felici, perché io credo che chi suona provando forti emozioni, per quanto possa avere lo stomaco chiuso e il cuore che batte, di sicuro sarà una persona più sensibile anche alla musica.




Al buio

Quasi sempre le imposizioni ottengono l'effetto contrario. Quindi, se ci ripetiamo costantemente di rimanere concentrati sul nostro suono, alla fine siamo così stressati da questa costrizione da pensare a tutt'altro.
Troviamo delle soluzioni che, per forza di cose, ci portano allo stesso risultato.
Ad esempio: sistemiamo la stanza dove studiamo, prepariamo violino, arco e tutto quello che ci serve e spegniamo la luce. Buio.
Suoniamo al buio, proviamo delle corde vuote, una scala, lasciamoci andare al suono....
Privati della musica e di qualsiasi stimolo visivo di sicuro riusciremo a concentrarci di più sul suono, sulla qualità del suono, sull'attacco, sui nostri movimenti....
Non solo, forse riusciremo a improvvisare anche qualche melodia!



Corde, corde, fortissimamente corde!


Un aggiornamento scritto da Andrea Scaramella che ormai conoscete bene. E che non finirò mai di ringraziare per il preziosissimo contributo. L'articolo è lungo; vi consiglio di stamparlo e di leggerlo a piccole dosi.

Nel link che trovate sulla colonna di destra ci sono le altre puntate, intitolate "Non parlar di corde in casa del violinista".


Mi è stato chiesto da più parti un aggiornamento sulle ultime novità di corde per violino con le mie valutazioni al riguardo.
Allora andiamo con ordine.
La Pirastro ha immesso sul mercato le sopracitate Evah Pirazzi Gold in tensione unica: su queste la mia breve esperienza su violini altrui e le opinioni raccolte in giro esprimono pareri piuttosto differenti.
Alcuni le trovano strepitose come timbro e colore di suono, per facilità di emissione e con dinamica migliorata rispetto le Evah tradizionali. Altri invece (me compreso) le hanno trovate meno definite e più scure, anche se prontissime come reattività al pari delle Thomastik PI concorrenti.
Sicuramente colore e timbrica sono migliori delle Evah tradizionali (il violino suona molto più da “violino” e meno da “tromba”), essendo leggermente meno tese e di altro materiale (quale?mistero!) il suono risulta più caldo ed avvolgente ma ciò è a prezzo di una leggermente minor portata nelle grandi sale. Inoltre la loro durata non è eccelsa (non andiamo oltre il paio di mesi), sembra infatti che reggano poco lo sforzo intensivo per cui la grande quantità di armonici che emettono appena montate scompare già dopo 3 o 4 settimane di uso. Inoltre il mi di cui è corredata la muta completa fischia spesso e volentieri.
Chi le ha provate ha preferito generalmente il sol normale in argento in luogo della versione speciale in oro: che sia per suo timbro un po' troppo scuro o per il suo costo elevatissimo?
Per ora non ho notato una grande diffusione di queste corde tra i solisti di grido (tranne Vengerov che ne usa il la ed il re per il proprio Stradivari, e pochissimi altri). Avevo notato su youtube, tra l'altro, un concerto mozartiano di Leonidas Kavakos dove le impiegava sul suo Strad con qualche problema di accordatura, per osservare che nei successivi concerti era tornato sui suoi passi con le Thomastik PI.

Personalmente sono invece tornato un pò “indietro” nella valutazione delle PI medesime: il re in argento ed il la vanno facilmente in crisi poiché dopo un paio di mesi cedono ed non accettano più l'arcata pesante, spezzando l'emissione del suono. Inoltre quando queste corde cominciano ad invecchiare diventa difficile suonare p o pp. Per ovviare a questo inconveniente, alcuni solisti sono passati ad una combinazione di questo tipo: sol e re alluminio PI (più durevole e duttile nell'emissione anche se meno brillante di timbro), la Vision solo e mi Jargar o Westminster o altro (Sarah Chang).
Le più vecchie Vision solo (non Titanium!) sembra infatti che reggano maggiormente nel tempo un uso più continuativo ed esasperato rispetto le PI, che sono la loro evoluzione successiva e, in combinazione con un mi appropriato, danno una ottima timbrica (Zukerman).
Qui apro una piccola considerazione: se sia meglio il re in alluminio o il re in argento è una questione personale a seconda del violino e del risultato desiderato. Per tutti i tipi di corde in circolazione, il re in argento risulta generalmente più brillante e con più armonici anche se leggermente meno potente: infatti le case produttrici cercano di compensare questa lacuna con una maggior tensione rispetto la corrispondente corda in alluminio. Su di un violino con il re fiacco, una corda in argento può migliorare la situazione. In un violino molto chiaro il re in alluminio è invece preferibile. Per contro, il re in argento è una corda generalmente delicata e spesso di minor durata e robustezza, della quale è facile romperne gli avvolgimenti al ponticello o al capotasto se non si ha cura di lubrificare bene i solchi dei punti incriminati con una matita appuntita.

La casa danese Larsen ha da poco sfornato una interessante novità, le Virtuoso, con tensione media e forte. Sulla carta le tensioni risultano piuttosto basse, le medie hanno meno tensione delle Dominant e le forti meno delle Evah Pirazzi medie e un po' più delle PI. La versione media che ho provato su un violino di un mio amico sembrano pronte, di facile emissione e con un timbro brillante abbastanza particolare adatto a “schiarire” gli strumenti scuri, dapprima un po' metallico ma che tende ad ammorbidirsi con l'uso, con una gamma dinamica abbastanza buona. Sotto le dita sono “gentilissime”, al pari delle PI, anche se molto sottili ma come contropartita tendono un po' a cedere sotto l'arcata pesante e ad avere una scarsa durata. Mi sono ripromesso però di provarle in versione forte. Quest'ultima sembra essere la favorita di Vadim Repin, che le ha montate (sol e re) sul suo Guarneri del Gesù al posto delle precedenti Evah Pirazzi con ottimi risultati.
C'è da dire anche che esiste a mio giudizio un abbastanza equivalente prodotto a buon mercato sotto forma delle Infeld Blu, dalla tensione leggermente inferiore rispetto quest'ultima versione delle Virtuoso.

Ho poi provato le Dogal Capriccio Solist: dopo aver già positivamente valutato la versione Orchestra, ho reputato questa versione ancora superiore. La grandissima gamma dinamica che esprimono, il loro timbro ancora più caldo ed avvolgente ma comunque ben definito, la loro prontezza straordinaria mi hanno convinto a posizionarle ai primissimi posti tra le mie preferenze. Per un solista puro sono sicuramente le corde ideali, tranne il mi che non ho trovato allo stesso livello delle altre tre (un Westminster heavy al suo posto si adatta perfettamente). Sono ancor più durature delle precedenti, incredibilmente levigate e oserei definirle quasi “indistruttibili”: suonando alla tastiera, al ponticello o in qualunque zona intermedia assicurano in ogni caso suono pulitissimo e caldo privo di qualunque rumore estraneo ed anche trattandole brutalmente è praticamente impossibile metterle in crisi. Proprio per questa loro peculiarità le trovo indicatissime anche per strumenti tendenzialmente brillanti o con problemi di pulizia e definizione nell'emissione del suono (come il mio violino su cui le ho montate!). Inoltre l'esecuzione degli armonici diventa uno scherzo!
Come unico neo hanno bisogno di un po' di rodaggio per ammorbidirsi dal punto di vista timbrico (ma è poi un neo visto la loro grande durata?).

Qualcuno mi ha poi chiesto cosa penso delle Warchal, dell'omonimo produttore slovacco assai conosciuto in America ma pochissimo in Italia.
Ho avuto tempo fa una passata esperienza con le Warchal Brilliant, trovandole come timbro molto piacevoli sotto le dita e sotto le orecchie e di pronta emissione. La muta è perfettamente bilanciata se si usa il re hydronalium in luogo di quello in argento (a mio avviso letteralmente insuonabile perchè incapace di reggere il peso dell'arco). Se in loro rendimento è esaltante o quasi per le prime 2 settimane di vita, alla terza diventano letteralmente morte, diventando incapaci di reggere qualunque arcata pesante...in sintesi non sono per me.
Ho poi provato in anteprima su di un violino dimostrativo le nuovissime Amber, che rispetto le Brilliant vengono definite più scure e rotonde dal costruttore. Un po' metalliche a mio giudizio da nuove, risultano molto buone nelle due corde più basse, ma con le 2 più alte non allo stesso livello: il la tende a spezzare il suono ed il mi “corre” poco rispetto i soliti cantini di uso corrente. La particolarità di questo mi è che viene venduto sotto forma di spirale, che poi si distende una volta montato: ciò permetterebbe, secondo il costruttore, di avere maggior elasticità longitudinale della corda e di evitare i fischi a corda vuota. Risultato raggiunto a mio avviso, ma a scapito del timbro, dolce ma poco corposo e di poca portata. Sono inoltre poco levigate ed un po' “sabbiose” sotto le dita, come se fossero satinate. Mah!!

In ultima, ho avuto l'onore di provare in anteprima le nuovissime Savarez-Corelli Cantiga, anche queste in versione media e forte. La Savarez, gentilissima, me ne ha fornito alcune mute ed ho avuto così modo di sperimentarle a lungo.
La versione forte è quella che più mi ha colpito: di tensione paragonabile alle Vision solo ed alle PI ma inferiore alle Evah Pirazzi, sono molto pronte e ricchissime di armonici, di grande gamma dinamica e dal timbro che potrei definire sia caldo che brillante allo stesso tempo, molto da corda in budello. La differenza in termini timbrici con qualunque altro tipo di corda è rimarchevole, ed effettivamente lo strumento su cui le ho montate ne ha grandemente beneficiato in termini di bellezza di suono e grande proiezione.
Anche in queste corde la gamma dinamica e la definizione di suono è notevole: si può passare dal ppp al fff senza alcuna difficoltà mantenendo sempre una buona pulizia di suono, cosa che sul mio violino è sempre stata un po' problematica con altre corde Thomastik o Pirastro.
Sotto le dita sono molto levigate (anche se non come le Dogal Capriccio, in questo senso imbattibili), di spessore piuttosto consistente (le mie dita ringraziano!) e la loro durata è strepitosa (5 mesi!). La versione media è invece un po' più brillante, con minor durata (non più di 3 mesi) e minor dinamica, ma con ancor maggiore prontezza di emissione, molto simile alle PI. Il mi è stata la corda che mi ha meno soddisfatto, essendo a mio giudizio un po' debole di volume rispetto le altre tre corde, quindi buono per la versione media ma non abbastanza per quella forte. Trovo che un Westminster heavy si adatti perfettamente alla versione forte, offrendo una combinazione veramente “outstanding”.
Per metterle in vibrazione è sufficiente pochissima pece sull'arco, diversamente dalla maggioranza delle altre corde, e ti permettono di suonare molto vicino al ponticello al pari delle corde in budello. Come unico neo esse non tollerano la troppa pece accumulata su di esse: per continuare ad avere un suono bello e nitido bisogna perciò pulirle spesso.
Ho così aggiunto alle mie preferenze 3 tipi di corde: le Vision solo, per la buona durata e costanza di rendimento nel tempo, le Corelli Cantiga, per il loro bellissimo suono, la loro incredibile durata nella loro versione forte ed il loro comportamento molto “gut-like” e, al pari, le ancora più estreme Dogal Capriccio Solist, per la loro capacità di rivitalizzare un mio strumento fiacco e dal suono non molto pulito che altrimenti avrei lasciato attaccato al chiodo.

OH! CHE COMBINAZIONE!

Combinare tra loro corde di differente tipo e caratteristiche è un espediente usato spesso per bilanciare bene uno strumento. Il tipo di corda impiegato molto dipende dal violino, altrettanto dal setup anima-ponticello-catena, ancor più dal gusto personale (scuro, brillante, dolce, aggressivo, potente o da “amalgama”) e dalle esigenze musicali: per esempio chi deve suonare da solista userà corde più grosse rispetto a chi suonerà in formazioni cameristiche od orchestrali. Corde più grosse e tese esigono pece più adesiva e sforzo maggiore con l'arco, anche se permettono una maggiore gamma dinamica.
Strumenti non perfettamente bilanciati di proprio richiederanno montature particolari, anche se in questo caso consiglierei, prima di spendere denaro in corde di vario tipo, di perdere un po' di tempo sul corretto posizionamento dell'anima e del ponticello per migliorare il bilanciamento delle quattro corde. Altro esempio: nel caso di un la debole, si ottengono assai migliori risultati arretrando leggermente l'anima piuttosto che montando un la più grosso o più brillante o addirittura in acciaio.
Ciò che è sicuro è che la corda giusta aiuta in buona misura a migliorare uno strumento, e il risultato finale a cui si dovrebbe in ogni caso mirare è quello di uno buon equilibrio su tutte le 4 corde e su tutte le note sia dinamico che timbrico.

Qui di seguito elenco alcune combinazione che sul mio violino hanno funzionato egregiamente in ordine di preferenza:
1. Corelli Cantiga forte sol, re e la; Westminster heavy mi
2. Dogal Capriccio sol, re e la; Jargar forte o Kaplan Golden Spiral Solo forte o Westminster heavy mi.
3. Dominant mittel sol, re argento, la; Jargar forte o Westminter heavy mi.
4. Thomastik Vision solo sol, re argento, la; Westminster heavy o Goldbrokat 0.26mm o Jargar forte o medio mi.
5. Pirastro Oliv stiff sol, re argento; Thomastik Spirocore medio oppure Jargar forte la, Westminster heavy mi. (combinazione preferita dai violinisti russi ma costosa).
6. Thomastik PI sol, re alluminio, Thomastik Vision solo la, Jargar medio
7. Pirastro Tonica New Formula medio sol, re, la; Jargar forte mi
8. Thomastik Infeld Blu sol, re e la; Goldbrokat 0.27mm mi
9. Pirastro Oliv stiff sol, re argento; Prim medio o Jargar medio la; Westminster medio mi (altra combinazione “russa”).
10. Pirastro Oliv sol stiff, re argento; Corelli Crystal medio o Pirastro Tonica medio la ; Pirastro Gold mi medio. (no comment sui costi)
11. Pirastro Eudoxa stiff sol e re; Pirastro Tonica medio la; Pirastro Gold medio mi. (combinazione preferita dal mio beneamato maestro Franco Gulli)

A molte di queste combinazioni è possibile alternare il mi con altre soluzioni a seconda del timbro desiderato (Kaplan Golden Spiral Solo, Goldbrokat, Pirastro Oliv in oro), od il la con una corda in acciaio tipo Spirocore medio, Helicore sottile, Prim medio , Jargar forte o medio o Larsen in acciaio (raro, costoso e non di grande durata anche se molto bello di timbro) al fine di avere uno strumento più pronto di emissione.
Ultimamente, visti i problemi di mucca pazza e di qualità del budello, molti violinisti sono passati da budello alle Evah Pirazzi (anche se per me il suono è completamente diverso e sicuramente non altrettanto bello). Una decente alternativa al budello possono essere a mio giudizio le Pirastro Wondertone Solo o le Vision Solo.
Inoltre vale la pena considerare che esistono corde abbastanza equivalenti tra loro sul mercato tipo: Larsen Virtuoso = Thomastik Infeld Blu, Evah Pirazzi = D'Addario Zyex (paragone ben noto ai violisti a metà del prezzo), Dogal Capriccio – Vision Solo (seppur con minor potenza, prontezza e durata).

Andrea Scaramella




Come un ventaglio

Se noi dobbiamo prendere un barattolo che si trova in alto, su un mobile, e ci contraiamo pensando che è troppo lontano, non ci arriveremo mai. Se invece pensiamo semplicemente ad allungare braccio e mano probabilmente riusciremo a prenderlo.
La situazione della nostra mano sinistra non è diversa.
Se noi ci contraiamo pensando che il quarto dito sarà sempre calante otterremo non solo una nota stonata, ma una mano totalmente bloccata.
Proviamo a osservare la nostra mano sinistra (ma la destra non è differente): ci sono dei movimenti che serrano tra loro le nocche, e altri che invece muovono le dita. Ecco, dobbiamo annullare il movimento che serra le nocche, che chiude appunto la mano.
Proviamo con un esercizio: mettiamo la mano in una ipotetica terza posizione (senza suonare). Pensiamo solo ad allargare la mano, come un ventaglio. Il mignolo verso di noi, l'indice nel senso opposto. Allarghiamo, allarghiamo, allunghiamo.... con calma, come se facessimo stretching. Provate ora a suonare le due note (mettendole su due corde differenti, l'indice su quella più bassa, il mignolo su quella più alta) e ... stupitevi di voi stessi! Suonate ora le quattro dita senza preoccuparvi di quello che esce, liberamente. E poi riportate la mano all'ordine. Quando tornate a suonare cercare di mantenere aperta la mano, senza serrare le dita tra di loro.
Un'altra cosa importante! Le dita vanno appoggiate morbidamente, altrimenti si irrigidiscono subito.
Morbidamente e con il polpastrello. Per capire quale parte del dito si appoggia provate ad accarezzarvi il viso, oppure le dita tra di loro. E' la parte più sensibile del polpastrello, che secondo me va impiegata per suonare.

Per chi avesse dubbi: io sono convinta che non serva avere i calli sui polpastrelli....


Le note immaginate

Sarò... (semi) breve.

Quando studio un brano o uno studio (capita più nel primo caso) devo imparare a rispettare con attenzione le pause, che non sono delle casuali interruzioni senza tempo.
E' l'esatto contrario! Le pause sono importantissime!
Nelle pause il ritmo continua: se ho un tre quarti con due semiminime seguite da una pausa di semiminima e salto la pausa, il ritmo ternario sarà troncato e si trasformerà in un 2/4.
Non parliamo poi quando nelle pause ci sono frasi di altri strumenti! In questi casi dovremmo ascoltare le altre parti e impararle bene, per cantarle poi mentalmente quando c'è il silenzio della pausa.

La stessa raccomandazione vale per le note lunghe, che non vanno troncate e "trasformate" perché ci si annoia a suonarle tutte.
Ovviamente se ho tante battute di pausa ne conto solo una.

Quindi: la musica è ritmo! Se la modifichiamo a nostro uso e consumo, in base alla fretta, alle note più semplici (suonate velocemente) e a quelle difficili (eseguite lentamente) diventa una cosa informe che non ha nessun senso musicale.

Le pause sono respiri, note immaginate....






Alt!


Non è sempre semplice e chiaro, quando si conduce l'arco, cosa significa fermarlo. La difficoltà forse risiede in un equivoco: si pensa che, per fermare il suono (morbidamente), si debba in qualche modo premere sulle corde, o peggio tenere di più l'arco. Ma premendo accade proprio il contrario, perché il braccio si irrigidisce e non c'è peso sulle corde. La conseguenza è che rimane leggermente sollevato, quindi la nota continua a vibrare, sporcando i passaggi. L'effetto è quello di una specie di ronzio che si percepisce soprattutto nei cambi di corda.
L'arco si ferma.... fermandosi sulla corda. Ma - requisito fondamentale - l'arco deve essere appoggiato sulla corda, altrimenti, se lo teniamo, il suono non si ferma affatto!

Mi spiego meglio.

Prendiamo l'arco morbidamente, anche con due dita (pollice e indice per esempio), ma anche alla maniera dei violisti da gamba; in questo modo avremo solo il peso dell'arco. Suoniamo ovviamente alla metà dell'arco, altrimenti i meccanismi sono altri e non ha senso l'esercizio.
Per prima cosa teniamo l'arco fermo su una corda; punto. Fermo, rilassato, assolutamente morbido. Proviamo a muoverlo, ma senza effettuare il movimento; dovremmo riuscire a percepire l'impatto sulla corda. Concentriamoci su questo punto infinitesimale, in cui la corda è sollecitata ma ancora non inizia l'arcata. E' fatto di nulla, ma è molto importante.
Poi eseguiamo delle semplici note, una sorta di staccato rilassato e morbido, con una pausa tra una nota e l'altra. Ossia, impariamo a fermare l'arco con il minimo sforzo. Se l'arco si ferma sulle corde morbidamente il suono rimarrà ricco di armonici. Se lo fermiamo con forza e il braccio rigido, rimarrà una sorta di ronzio fastidioso, che di solito sporca i passaggi.
Dopo gli esercizi su una corda possiamo eseguire quelli su corde diverse; chiaramente tra sol e mi sarà più difficile.

Ascoltiamoci, come sempre.... è molto importante capire quando l'arco va fermato e quando invece deve essere legato. L'arco non si ferma nel detaché, ossia le note ribattute, e ovviamente nelle note legate; ed è importante che non si fermi né all'interno delle arcate né tra una arcata e l'altra.
L'arco si ferma ovviamente nello staccato, colpo d'arco che poi presuppone più appoggio e l'uso dell'indice; ma anche nei passaggi che devono risultare chiari, e tra le frasi... Fermare l'arco significa suonare puliti e chiari, non come un robot. Fermare l'arco significa chiarezza e non durezza!







Si... può... fa-re!

Suonare rilassati!
Si può suonare il violino avendo un corpo morbido e rilassato; basta lavorarci quotidianamente, come fa chi medita o pratica training autogeno.

Intanto si parte dalla postura, a prescindere dallo strumento. Impariamo ad avere gambe ben solide, ad appoggiarci sempre su entrambe e a non assumere posizioni assurde con piedi o anche storte; evitiamo per esempio di stare solo su una gamba. Poi a rendere forti i muscoli addominali che, automaticamente, alleggeriscono il carico su collo e spalle, per loro natura spesso tese e rigide. Con il passare degli anni tendiamo tutti piegare la schiena, caricando (fisicamente e moralmente) tutto sulla parte alta (collo-spalle), con conseguenze abbastanza spiacevoli quali torcicollo e storture varie. Homo erectus! Non gobbus!

Si parla spesso di appoggio, di spalmare il suono, di lasciare andare e così via. Non è facile tutto questo! Ci si appoggia su un letto o un divano, si spalma più facilmente la nutella e ci si lascia andare al mare, o dove preferite (le terme?). Quindi ci si deve lavorare giornalmente, come lavarsi i denti, mangiare, lavorare... Ogni giorno dedichiamo una parte dello studio alla postura, alla rilassatezza e alla morbidezza, a un approccio morbido al violino. Ripeto, lavoro che conosce bene chi medita.


Passiamo poi allo strumento.
Kato Havas dà delle indicazioni davvero illuminanti a proposito. Vi consiglio vivamente di leggere i suoi libri e di vedere i video su youtube.
Io di solito prendo il violino con la mano destra e lo appoggio sulla clavicola-spalla sinistra. Perché con la destra? Perché questo permette di lasciare morbida e bassa la spalla sinistra che, altrimenti, si alzerebbe. Quindi: spalla morbida, collo rilassato; alzo leggermente la testa reclinandola indietro, appoggio il violino e la riabbasso. Mi raccomando: il violino va appoggiato sul corpo, non siamo noi che ci adattiamo a lui tentando invano un appoggio con movimenti inconsulti. Vedo spessissimo colli che si allungano in avanti per cercare il violino: questo movimento porta a un mancato allineamento della colonna vertebrale.
Cerchiamo di ritagliarci sempre qualche minuto per questa operazione. Il violino va collocato sulla spalla: il posto comodo c'è, basta avere la pazienza di trovarlo.
Impugniamo poi l'arco appoggiando la mano sulla bacchetta, come se ci dovessimo reggere sull'autobus, o come fanno le scimmie quando si appendono, e non sistemando un dito alla volta magari tenendo le altre dita tesissime; una volta sistemata la presa proviamo dei movimenti circolari: polso e poi braccio, come se nuotassimo.

Infine....
Provate a suonare sdraiati (fa ridere ed è scomodo ma per il collo è molto liberatorio), sul letto o per terra; attenzione perché non si può ovviamente tirare tutto l'arco!
Provate a suonare con il violino lontano dal collo, come i violinisti tzigani, quasi sul petto.
E poi - il più consigliato - trovatevi uno spigolo e studiate lì! Lo spigolo di un muro, di un armadio o di una porta sul quale adagiare schiena e testa e che vi permetta di tenerli su una stessa linea retta. E' quasi impossibile ma vi fa rendere conto di quanto storti suoniamo e di quanto rigido sia il nostro collo. Quando abbandonate lo spigolo ogni tanto pensate di appoggiare la testa su un cuscino, e lasciatevi andare.



PS: nella grande indecisione sulla foto da pubblicare (vista la mia passione per il film "Frankenstein junior") metto questa, tra mie preferite.



La mano intonata

Come dice Montalbano.... mi sono fatta persuasa che una mano morbida e rilassata sia anche intonata.

Se noi ruotiamo la nostra mano sinistra come per suonare il nostro strumento, le dita assumeranno una posizione morbida e una curvatura naturale. Una curvatura naturalmente "tonda", con le dita né contratte né allungate. Osserviamo questa curva con attenzione.
Ora prendiamo il violino e posizioniamo le dita sulle corde, quasi sfiorandole. Piano piano iniziamo ad alzare il secondo o il terzo dito (il perché di questo è spiegato nel post "Uno contro tutti") e a muoverli partendo dalla base. Il dito deve rimanere morbido e tondo. E' importante che il dito rimanga morbido e fermo, che si muova solo l'articolazione della base.
Eseguito questo movimento percussivo per un po' di volte iniziamo ad affondare sulla corda, senza premere in eccesso; quanto basta per far uscire il suono. Pensiamo a quando tamburelliamo le dita su un tavolo!
Dopo di che proviamo ad ascoltare con attenzione l'intonazione del dito: se cala o cresce sposteremo tutta la mano fino a quando sarà intonata la caduta, ossia tutta la mano.
Se ci abituiamo così (è noioso, lo so) educheremo la nostra mano all'intonazione, perché il dito cadrà sempre nello stesso punto e quindi sempre intonato. Se invece correggiamo il solo dito facendolo scivolare sulla corda sarà intonato casualmente e per una sola volta. Il dito, inoltre, farà un movimento ogni volta diverso: una volta più tondo, l'altra più allungata... e non troverà la strada corretta.

Si tratta di movimenti che dobbiamo fare con lentezza e assimilare con calma e pazienza; poi diventano come la nostra casa, all'interno della quale ci muoviamo tranquillamente anche di notte, al buio.







Nessuno mi può giudicare

Il giudizio è tra i concetti più negativi che caratterizzano la nostra esistenza.
Quasi tutti ci sentiamo continuamente giudicati dagli altri: genitori, parenti, amici (forse meno, si spera), colleghi di lavoro, ma anche sconosciuti che incontriamo per strada.
Chi più chi meno spreca il suo tempo pensando.... a cosa pensano gli altri! E' ovviamente assurdo, se ci pensiamo bene. Possiamo essere certi del pensiero altrui solo quando questo ci viene comunicato.
Eppure lo facciamo, ci cadiamo sempre, ci sentiamo in colpa e interpretiamo i gesti degli altri. Un viso annoiato ci può sembrare arrabbiato nei nostri confronti. Una persona assorta nei suoi pensieri ci sembra altro ancora. Non possiamo assolutamente conoscere le ragioni degli altri, di conseguenza ci danneggia solamente immaginare quello che pensano.

Con la musica la paura del giudizio diventa esponenziale. Le ragioni sono ovvie: ci troviamo di fronte a qualcuno che ci ascolta, quindi ci giudica. Credo sia uno dei problemi più grandi di chi suona, dai professionisti agli amatori. Chi ascolta diventa un giudice crudele e implacabile, e noi degli assoluti inetti.
Cosa fare?
Innanzitutto passare dall'altra parte; immaginare di ascoltare chiunque, bravo o meno bravo, e convincerci che ascoltiamo e non giudichiamo. Impariamo ad ascoltare e a godere la musica degli altri. Punto. Ed escludiamo il nostro giudizio. Io mi godo le esecuzioni di chiunque, dai più piccoli ai grandi musicisti. Ognuno dà sempre qualcosa. E, sembrerà strano, l'insegnante non giudica ma indica una strada.
Poi non giudichiamo noi stessi. Se stiamo studiando la nostra energia sarà indirizzata verso quello che va sistemato, se stiamo suonando godiamoci la musica e i risultati dello studio.
Cerchiamo quindi di mettere a tacere l'orrida e fastidiosissima voce interiore che ci dice cose tremende: non siamo all'altezza, gli altri sono migliori di noi, chi ci ascolta chissà cosa pensa e così via.
La morte della voce interiore avviene lentamente - purtroppo.
Dobbiamo imparare a ignorarla giorno dopo giorno. Dobbiamo far finta di niente quando arriva e cercare di pensare ad altro. Nel momento in cui la sentiamo arrivare concentriamoci sul suono, sul respiro, sulla musica... su tutto ciò che non sia giudizio verso noi stessi.
Piano piano sparirà... e forse sparirà anche nella nostra vita, perché senza la spada di Damocle del giudizio nostro e altrui si vive meglio.






Pasticciamo la nostra musica

Una premessa: studiare e suonare sono, per me, due cose assolutamente separate. Quando suono eseguo: posso leggere a prima vista, mi posso divertire, oppure mettere in pratica i frutti dello studio; ho quindi una certa libertà.

Questo argomento riguarda lo studio.
Spesso ci troviamo di fronte a un brano da studiare e, come primo impatto, ci viene voglia di eseguirlo nella maniera più comoda a noi (non parlo della prima o seconda lettura ma dell'inizio dello studio).
Arcate più corte, diteggiature più comode, diciamo che scegliamo la via più breve. Quasi sempre la via più breve, però, non si rivela quella più corretta. Così ci rendiamo conto che il revisore aveva le sue ragioni, che l'arcata lunga serviva all'espressività del brano, che la diteggiature più complessa a non spezzare una frase e così via.
Il risultato finale è che arriviamo a suonare confusamente: eseguo le mie diteggiature? Le cambio? Mah... L'indecisione crea così un'esecuzione imprecisa, un'esecuzione all'interno della quale decide il caso o, peggio, non decide nessuno quindi si sbaglia.
La parte che ci troviamo di fronte e che dobbiamo studiare bene (per un concerto, per un esame o altro) deve essere invece essere priva di dubbi. Decidiamo con assoluta precisione le arcate e le diteggiature, poi le dinamiche. Il nostro studio serve anche a stabilire con certezza cosa fare: cerchiamo quello che ci piace, ci convince, ma non lasciamo che sia il caso a (non) decidere.
E soprattutto SCRIVIAMO sulla nostra parte! Scriviamo le arcate che siamo sicuri di voler eseguire, stesso dicasi per le diteggiature, cancelliamo quello che con certezza non ci convince, scriviamo le alterazioni che ci sfuggono, scriviamo la dinamica e, per concludere (questo è assolutamente facoltativo) lo stato d'animo che ci suscita quel pezzo. Sorrisi, facce buffe, lacrime.... chi più ne ha più ne metta!
Le nostre parti devono essere vissute, pasticciate, piene di noi! Un tempo avevo il terrore di scrivere sulle parti, ma anche sui libri che leggevo; addirittura li aprivo poco, per non rovinarli! Invece vi assicuro che ritrovare le parti piene di noi, anche dopo vent'anni, è davvero emozionante.




Il sacro fuoco

Il sacro fuoco è la passione ardente, quella che muove la nostra vita. Ci si alza la mattina e si va a dormire con quel pensiero.... Un pensiero che non ci abbandona mai.
Il sacro fuoco significa avere un obiettivo nella vita, e cercare di raggiungerlo.
C'è chi nella vita si lascia trasportare dagli eventi, vive giornalmente alzandosi la mattina e aspettando che arrivi la sera. C'è invece chi vive per raggiungere un ideale, per migliorarsi, faticando e sudando.
Gli obiettivi possono essere tanti, diversi. Si possono anche scrivere, per osservare i progressi.
La musica deve essere uno di questi. Cercare un bel suono o trasmettere qualcosa, porsi un obiettivo giornaliero, un ostacolo da superare. Così, secondo me, vale la pena vivere e vale la pena suonare.
Poniamoci costantemente un obiettivo e cerchiamo di raggiungerlo. Non deve essere un capriccio di Paganini. Basta anche riuscire a eseguire una scala con un suono meraviglioso... l'importante è la ricerca, è che la passione per il nostro strumento rimanga sempre accesa, come si tiene vivo un focolare.


La distribuzione dell'arco

La condotta dell’arco spesso viene messa in secondo piano, sopraffatta dall’attenzione alla mano sinistra, soprattutto quando abbiamo tante note da suonare. Chissà per quale motivo le tante note attirano tanto la nostra attenzione, fino a trascurare invece l’elemento che ci rende piacevoli: il bel suono!

Dobbiamo sempre sapere con molta esattezza quanto arco tirare e a quale velocità (di conseguenza con quanto peso).

Quindi.... intanto partiamo dalla quantità.
Suoniamo diversi valori e impariamo a tirare l’arco in modo differente.
Tutto l’arco per le semibrevi.
Metà arco per le minime.
Un quarto di arco per le semiminime.
Si può fare lo stesso poi dimezzando i valori (o aumentando la velocità).

Poi affrontiamo la velocità della condotta: impariamo a suonare note di uguale valore con quantità di arco differente.

Tutto l’arco per una semibreve.
Tutto l’arco per una minima.
Tutto l’arco per una semiminima.
Ovviamente l’andamento sarà diverso: arco lento nella prima, arco veloce nell’ultima. Ascoltiamo la differenza di suono, e ricordiamoci “come suona”. Per un “Allegro” la condotta dell’arco sarà del terzo tipo, ossia l’arco sarà condotto velocemente. Come una macchina che corre, per capire. Per un “Largo” l’arco sarà condotto lentamente.
Questo a prescindere dal ritmo in questione. Ossia: se io sto suonando un “Adagio” non tirerò tutto l’arco velocemente, come un forsennato. Viceversa, nei tempi veloci cercherò di tirarlo veloce e leggero.

Infine il peso: proviamo gli estremi del peso. passiamo dal suono inconsistente a suono grattato. Il grattato poi diventerà suono appoggiato, il suono inconsistente un bel piano. Cosa succede se mi appoggio di più o se invece alleggerisco?
Se il suono gratta proviamo a tirare più arco, oppure ad alleggerire. Se il suono è inconsistente appoggiamo di più, oppure rallentiamo la condotta. Riproviamo tutti gli esercizi precedenti aggiungendo più o meno peso alla condotta dell’arco.

Infine...

Il punto della corda in cui suoniamo, ossia se è più vicino alla tastiera (per un suono più morbido) o al ponticello (per un suono più limpido e diretto).

E una aggiunta finale... che ci conferma quanto lungo e difficile - ma altrettanto ricco di soddisfazioni - sia il lavoro sull’arco.
Le corde sono diverse, poniamo attenzione alla differenza che c’è tra quando suoniamo il sol e quando, progressivamente, suoniamo il mi. Sul sol ci sarà più appoggio e meno quantità; sul mi meno peso e più quantità di arco.
Un facile esercizio: suoniamo delle crome ribattute (otto volte) sul sol, sul re, sul la e sul mi: appoggiamo bene sul sol, usando poco arco. Passsando alle corde successive la quantità di arco aumenterà mentre il peso sarà minore (per questo esercizio ringrazio Danilo Rossi che è stato illuminante a proposito).

E ora sbizzarritevi voi!



Non parlar di corde.... in casa del violinista


Ripubblico per intero le tre parti dell'articolo sulle corde scritto da Andrea Scaramella.


Andrea Scaramella è un caro amico e da sempre chiedo consiglio a lui sul violino... e sulle corde!
Ho deciso di dedicare qualche post proprio a questo argomento così interessante.
Lascio a lui la parola e lo ringrazio per il prezioso contributo.


 

PRIMA PARTE
La mia ossessione giovanile era quella delle corde in budello: “il suono che puoi avere con quelle è il migliore” mi dicevano tutti, il mio insegnante di conservatorio in testa.
I miei ideali di suono a quel tempo erano (e lo sono tuttora) Oistrakh, Milstein, Gulli ed Uto Ughi. Ed ognuno di loro usava le Pirastro Eudoxa.
Quindi sul mio violino di allora, appena le mie finanze me lo permisero, montai le Pirastro Eudoxa Stiff senza indugio. Ma il suono che ne derivava non era proprio quello che volevo, lo trovavo piuttosto scuro e poco definito. Inoltre dovevo articolare i passaggi veloci con fatica ed accordare in continuazione, soprattutto se le avevo montate da poco. Avevo poi notato un certo “cedimento” nel volume dopo un paio di mesi di uso ed il La presentava problemi di emissione, visto che “gracchiava” ad ogni arcata pesante. Insomma non erano un passo in avanti significativo rispetto le solite Thomastik Dominant, corde con l’anima in perlon, che montavo precedentemente.
Pensai allora alle costosissime Oliv, e dopo avere deglutito abbondantemente per lo spavento dovuto al loro prezzo, mi decisi ad acquistarle. Naturalmente seguii i suggerimenti del mio insegnante di conservatorio : “spessori grossi, Sol Stiff e Re in argento” recitava sicuro di se. Queste corde erano molto più sonore, brillanti e reattive delle precedenti, e anche in termini di durata erano superiori, il che bilanciava non poco l'assai più elevato prezzo di acquisto.
Complice una buona messa a punto dell’anima e del ponte, fui molto contento per un discreto periodo fino a quando un malaugurato giorno mi si ruppe un Sol dopo un paio di settimane. Ne montai un altro subito, ma anche questo fece la stessa fine dopo altrettante due settimane. Al terzo doloroso “salasso” che durò poco di più dei due precedenti, decisi di chiudere, con qualche rimpianto, la mia esperienza con le Oliv. Sfortunatamente la qualità dell’anima in budello di queste corde non era più la stessa e le rotture diventavano piuttosto frequenti.
E da lì cominciai una lunga ricerca.
Da allora sono passati molti anni, e le prove sono state parecchie: ciò mi ha portato a testare tutti i tipi possibili di corde sui miei violini, con l'eccezione di un paio di ultime novità.
La Pirastro aveva tentato di contrastare la principale avversaria Thomastik, dominatrice del mercato con le Dominant, lanciando prima le Synoxa e poi le Tonica, evoluzioni successive delle pietosissime Aricore. Si trattavano sempre di corde con l'anima in perlon: bocciate le Aricore (afone e senza armonici) e le Synoxa (più brillanti ma dal suono poco corposo e poco durevoli) da parte mia, per un breve periodo trovai pace con le Tonica che mi sembravano un giusto compromesso tra morbidezza, reattività, suono potente e scorrevole. Ma restavano un compromesso, non certo il massimo possibile e comunque lontane dal mio suono ideale.
Altre concorrenti delle Dominant e delle Tonica era le Corelli Crystal e le Alliance (prima versione) della Savarez, le prime con l’anima in un altro derivato del perlon (stabilon), le seconde con l’anima in kevlar, vera novità. Pur avendo entrambe una corposità di suono superiore alle 2 precedenti, mancavano di elasticità per via della loro esagerata tensione (ciò che dava corposità al suono) rendendo assai problematica l’articolazione dei passaggi veloci. La quantità di armonici era inferiore alle Dominant nel caso delle Crystal, invece abbastanza vicina per le Alliance. Anche l’avvolgimento di tutte queste corde, di qualità inferiore alle concorrenti, si ossidava molto facilmente e deteriorava rapidamente sotto l’azione del sudore delle dita. Le Alliance inoltre erano molto care.
In seguito, la prima vera novità prodotta dalla Thomastik; dopo anni di Dominant sul mercato, vengono lanciate le Infeld con l'anima in kevlar in 2 versioni: Rosse (suono scuro) e Blu (suono brillante). Per qualche tempo le usai entrambe, concludendo alla fine che le Rosse erano gradevolissime sotto l'orecchio, ma ascoltate da lontano piuttosto deludenti poichè il suono non “correva”, mentre le Blu erano esattamente il contrario: più sgradevoli sotto l'orecchio ma con una buona portata per l'ascolto da lontano. In entrambi i casi notavo che la quantità di armonici che emettevano erano inferiori rispetto alle precedenti Dominant, e così pure la durata per cui ero punto e da capo.
La Pirastro annunciò a quel punto una novità, con grande battage pubblicitario: le Obligato! Grande mistero della casa produttrice sul materiale impiegato per l’anima e grande novità del Re in argento! “Sai che novità!!” dico io: il Re in argento esiste da anni sulle Dominant…
Tutti i colleghi correvano a comprarle, ma sentendo il suono che producevano sui loro violini restavo piuttosto scettico. Difatti, recuperata gratuitamente una muta dal servizio clienti della Pirastro, rimanevo deluso dalla povertà di armonici che queste corde emettevano: in breve non differivano molto dalle Infeld Rosse, pur essendo molto più care.
La Pirastro iniziò da quel momento a sfornare derivati simili, sempre basati sullo stesso materiale (o multifilamento come lo definiscono loro) e stessa tecnologia: le famose Evah Pirazzi (potentissime, brillanti ma molto rigide, assai tese e poco durevoli), le Violino (ancora più morbide delle Obligato ed abbastanza simili alle Aricore), ed infine le Wondertone Solo, una via di mezzo tra le Obligato e le Evah Pirazzi, forse le migliori tra le quattro. In tutti questi casi sul mio violino il loro rendimento era inferiore per qualità e portata di suono, e per durata rispetto le Dominant. “Dopo averle provate tutte, sempre alle Dominant si ritorna!” recita un detto piuttosto comune tra i violinisti.
La Thomastik non restò a guardare: dopo 2 anni di test intensivi vennero lanciate le Vision, con anima in fibra di carbonio, in ben tre versioni: normale, Titanium Solo e Titanium Orchestra.
A queste tre versioni se ne aggiunse un paio d’anni dopo la versione Solo, giusto per fare un po’ di confusione. Ebbi modo di avere una muta omaggio delle Vision normali dal reparto Materiali e Ricerca della Thomastik ancora prima della loro commercializzazione, e finalmente rimasi soddisfatto del loro rendimento, tanto da acquistarle successivamente. Avevo l’impressione di aver trovato qualcosa di alternativo alle Dominant, altrettanto durevoli e con ottima qualità di suono, ben definito e focalizzato (finalmente!), e con notevole prontezza e reattività nei passi veloci.
Ma la muta successiva fu invece deludente: la disparità di rendimento tra la versione “prototipo” e la versione commerciale era notevole, specie per la durata. Scoprii così che le versioni prototipo delle corde vengono sempre realizzate a mano dal tecnico che ne cura lo sviluppo, diversamente dalle versioni commerciali che sono realizzate a macchina con minor cura. E ciò fa la differenza.
Provai quindi le altre tre versioni ed effettivamente sia le Vision Titanium Solo che le Vision Solo, ma non le Titanium Orchestra (mamma mia che confusione!), risultavano migliori delle Vision normali, le prime più metalliche e brillanti, le seconde più scure, entrambe dal suono potente, molto focalizzato e definito e con una durata accettabile. Per contro non concedevano raffinatezze di emissione e di colore che le Dominant permettevano, e costringevano, al pari delle varie Evah Pirazzi, Obligato e Wordentone Solo, ad un maggior sforzo con l’arco e a tutto ciò che ne conseguiva: arco più teso, pece più adesiva, crini rotti con maggior facilità. Le Titanium Orchestra erano le meno focalizzate del lotto e con meno armonici, con un suono piuttosto deludente ascoltando da lontano in sala da concerto.
Alla fine avevo constatato che il suono risultante di tutte queste corde testate era comunque lontano dai miei ideali giovanili, ma osservavo che anche nel gusto dei musicisti e specificatamente dei violinisti stava cambiando.


SECONDA PARTE

La maggioranza dei miei colleghi erano violinisti d’orchestra, e il loro lavoro li portava a cercare un tipo di suono comunque lontano dai miei ideali e dalle mie esigenze, in realtà assai più vicini al suono di un solista o di un camerista. Per il violinista d’orchestra cercare l’amalgama e la fusione del proprio suono con quella del compagno di leggio e con i colleghi della propria fila è un “must” e questo condiziona non poco la scelta delle corde. Quindi corde come le Obligato o le Infeld Rosse o le Vision Titanium Orchestra possono sembrare il massimo in tal senso, ma nel momento un cui ci si ritrovava a suonare in pochi o a far musica da camera (cosa che a me capitava spesso), a mio modo di sentire esse fallivano miseramente per il suono debole “che non corre”, poco corposo e sfocato che ne derivava, specie nei passi veloci.



All’acquisto del mio primo strumento veramente importante feci così ulteriori esperimenti ed ebbi anche qui modo di testare gratuitamente una muta per violino delle nuove Larsen in perlon prodotte dalla omonima ditta. Se dapprima mi sembrò di aver trovato finalmente un prodotto superiore alle Dominant, dall’emissione pronta in tutta la gamma dinamica dal pp al ff, tale euforia durò poco più di due settimane. Sia il Sol che il Re non davano più quel bel suono brillante e corposo dell’inizio, il Re in alluminio risultava la corda più debole di tutta la muta, ed in generale il suono era divenuto assai più spento e con meno armonici di quando le avevo appena montate. Mi informai anche sul prezzo e alla fine, valutando la maggior spesa e la assai minor durata, il gioco non valeva proprio la candela. Veramente un peccato!
Ebbi anche un’altra occasione di test dalla Savarez, che mi mandò in prova una muta delle loro nuove Alliance Vivace in kevlar. Se rispetto la prima edizione queste erano di qualità migliore negli avvolgimenti e di grande durata, la tensione era aumentata nel tentativo di avvicinarsi alle caratteristiche delle Evah Pirazzi (anche come costo), seppur trovassi il suono un pò più sfocato e con meno armonici rispetto queste ultime. Mi ripromisi di provarle in futuro in versione più sottile con tensione minore, ma ancora non l’ho fatto.
Visti i tentativi infruttuosi di trovare corde che mi soddisfacessero veramente, cominciai allora a guardarmi in giro su internet alla ricerca di informazioni, dapprima guardando i video dei vari solisti del momento che mi piacevano (Vengerov, Perlman, Shaham, Joshua Bell, Anne-Sophie Mutter etc…) per vedere cosa usavano. E, tranne due affezionati alle costosissime e problematiche Pirastro Oliv (Viktoria Mullova e Frank Peter Zimmermann) e altri due alle Vision Titanium Solo (Kavakos e Zukerman), nessuno si discostava dalle Dominant o dalle Evah Pirazzi.
Le differenze tra le corde di tutti questi solisti si concentravano nei calibri (Shaham usava il Re stark della Dominant), e soprattutto nella scelta del Mi.
Questo fattore era da me sempre stato sottovalutato fino a quel momento: tanti di loro usavano il Goldbrokat 0.26mm (giallo) e 0.27mm (verde), altri il Westminster 0.26mm (viola) o 0.275mm (nero), altri il Pirastro Gold (quello che avevo sempre usato io fino a quel momento), altri ancora il Kaplan Golden Spiral Solo, oppure il Mi placcato in oro (Pirastro Oliv o Evah Pirazzi).
Mi venne pure in mente il suggerimento di un mio grande e bravissimo insegnante russo che era completamente “votato” al Mi Jargar forte, usato pure da Hilary Hahn e da Repin.
Incrociai le informazioni così ottenute con quelle che trovai su un noto blog violinistico americano e, grazie ad un paio di interessantissimi thread, uno riguardante le combinazioni di corde usate dai solisti del passato e di oggi, ed un altro riguardante le caratteristiche di quasi tutte le corde presenti sul mercato, mi lanciai in nuovi esperimenti.
Volli così cimentarmi nel provare tutti i Mi possibili ed in tutti i calibri, facendo così una scoperta per me importantissima: a seconda della elasticità e della tensione del Mi, il timbro e la potenza di tutto il violino cambiano in modo radicale. Più elastico è il Mi e più scuro diventa lo strumento, più teso è il Mi e più potente diventa.
Trovai così una combinazione sul mio violino che funzionava a meraviglia: 3 Dominant con il Re in argento e Mi Jargar forte. Tale combinazione mi garantiva un perfetto equilibrio timbrico e dinamico sulle 4 corde, buona reattività e facilità di emissione, grande dinamica e grande dolcezza di timbro allo stesso tempo, cosa quest’ultima che mi era sempre un po’ mancata da quando avevo abbandonato le Oliv.
Avevo così raggiunto quasi il mio ideale di suono.
Oggi, per esempio, cambio il tipo di Mi a seconda di cosa devo suonare: nel repertorio barocco o classico, dove si richiede brillantezza soprattutto, monto il Goldbrokat 0.26mm o il Dogal Marchio Blu (indistruttibile!) o l’Oliv dorato medio (forse un po’ problematico perché tende fischiare, ma sai che soddisfazione suonare gli Uccellini della Primavera di Vivaldi con il suono letteralmente celestiale che questo Mi emette?). Nel repertorio romantico da camera da Beethoven in poi, dove si richiede potenza e morbidezza allo stesso tempo, monto lo Jargar forte; se invece devo suonare da solista il Westminster nero è imbattibile, peccato sia difficilissimo da trovare. In questo caso l’alternativa degna di nota è l’Evah Pirazzi forte in oro o il Kaplan Golden Spiral Solo 0.27mm.
Ho escluso tutti i Mi fasciati per molti buoni motivi: se generalmente essi fischiano meno dei Mi nudi (unico vero vantaggio), essi hanno sempre un po’ meno armonici, si rompe facilmente la loro fasciatura, sono meno duraturi e sonori, sono meno reattivi e presentano generalmente un suono un po’ più sfocato (Pirastro  n°1, Kaplan Solution, Spirocore, Dominant versione fasciata).
Fino ad allora mi ero accorto di aver quasi sempre trascurato le corde della D’Addario, a me nota solo per aver rilevato la produzione delle Kaplan Golden Spiral in budello, corde ormai andate in disuso ma che nei loro tempi d’oro avevano riscosso notevole successo (erano le preferite da Kogan, Stern, Michael Rabin e Zino Francescatti). Mi sono tolto lo sfizio, qualche tempo fà di provare anche queste: molto potenti, molto scure con buona ricchezza di armonici, abbastanza stabili nell’accordatura per essere corde in budello e dalla tensione piuttosto alta, ma con una inerzia ad entrare in vibrazione assai elevata. Inoltre la loro costruzione era a quei tempi piuttosto approssimativa, non tanto per la qualità del budello, a mio giudizio il migliore ed il più robusto in assoluto, quanto per gli avvolgimenti delle corde, soggetti soprattutto nel Re in argento e nel La in alluminio a sfilacciarsi e rompersi con facilità.
Naturalmente il progresso avanza, e da quel tempo ad oggi altre novità si sono ulteriormente affacciate sul mercato.

TERZA PARTE

La D’Addario in seguito cominciò a sfornare novità interessanti: le Helicore per esempio sono le uniche corde con l’anima in multifilamento metallico che abbiano un suono paragonabile a quelle con anima sintetica. Tuttora restano tra le mie preferite assieme alle Evah Pirazzi sulla viola, ma non posso dire altrettanto sul violino per il loro suono un po’ troppo monotono come colore, la loro elevata tensione tale da “schiacciare” lo strumento riempiendolo di wolf tone, la scarsa durata dovuta in qualche caso la fragilità sia dell’anima che del filamento che la avvolge. Un vero peccato perché tutte le altre caratteristiche sono di rilievo (potenza, prontezza e varietà dinamica).





Un capitolo a parte erano le Zyex prima versione, costruite con l’anima in un nuovo materiale composito denominato appunto Zyex. Estremamente sonore sotto le orecchie (e piuttosto faticose per l’arco!), ma dal suono piuttosto “vuoto”di armonici, avevano una stabilità nell’accordatura incredibile: dopo qualche giorno di assestamento non si aveva più bisogno di accordare per un mese intero! Peccato che la loro elevatissima tensione ed elevata rigidità ne comprometteva il rendimento e la gamma dinamica (ed anche la mia mano sinistra!). In ogni caso assai più durature delle precedenti Helicore. Di recente sono state prodotte in una nuova versione, con minor tensione della precedente (meno male!) e mi sono ripromesso di provarle in futuro sia sul violino che sulla viola.
Successivamente ebbi modo di testare due nuovi (e ultrapubblicizzati) prodotti della Pirastro: le nuove Passione e Passione Solo, reclamizzate come le corde in budello più stabili in assoluto nell’accordatura, ma in realtà solo un po’ più stabili. Se le prime davano una discreta soddisfazione (suono che “corre”, buona qualità degli avvolgimenti e durata 4 mesi buoni, buona reattività e grande quantità di armonici sia pur con un rendimento generale un pò inferiore alle Oliv) ma ad un prezzo elevato, le seconde erano abbastanza “terribili” e ancor più care. Questa versione Solo era in realtà la versione rigida delle Passione normali, ne più ne meno di ciò che accadeva con le Eudoxa o le Oliv con la versione Stiff. Tale rigidità, diversamente dalle Eudoxa o dalle Oliv, comprometteva drasticamente la prontezza di emissione allo scopo di avere un po’ più di volume sonoro. Il risultato era più o meno simile a quello delle Kaplan Golden Spiral Solo, con la differenza che le Passione Solo costavano più del doppio: ne valeva la pena? Ritenni proprio di no. Tale differenza di rendimento dalle vecchie Oliv era dovuto alla nuova anima in budello di vacca, vista ormai l’impossibilità generalizzata di reperire budello di agnello sul mercato. Il budello di vacca è più scuro di tinta, tendenzialmente più fibroso e meno elastico del budello di agnello, e ciò sicuramente influisce sul rendimento finale delle corde. In sintesi più stabili di accordatura rispetto la vecchia generazione di corde in budello, ma non più allo stesso livello in termini di rendimento sonoro.
Dopo esser tornato alle solite combinazioni Dominant-Jargar e Dominant-Westminster, per me molto soddisfacenti, ho recentissimamente testato due nuovissimi prodotti: le Peter Infeld della Thomastik (dette comunemente PI Greco), e le Dogal Capriccio dell’ omonimo produttore di corde veneziano.
Le prime si sono rivelate incredibili per alcune loro caratteristiche: posso affermare con certezza di non aver mai provato corde più pronte e reattive di queste! I passi veloci diventano una sciocchezza e l’articolazione della mano sinistra non è più un problema. Hanno una definizione del suono notevole, e sono veramente un significativo passo in avanti rispetto le precedenti Vision, anche se forse hanno leggermente meno armonici delle Dominant. Nulla si sa sulla loro costruzione e sui materiali, ma vengono pubblicizzate come la prima serie di corde di una nuova generazione: personalmente non credo che l’anima sia in fibra di carbonio come le Vision e le varie Evah, Obligato etc. Inoltre si distinguono per il Mi placcato in platino pubblicizzato come l’ultimo urlo a livello tecnologico, e che effettivamente ha un suono molto ricco di armonici, anche se non molto potente e tendente ogni tanto a fischiare. Sotto le dita risultano morbide, elastiche e abbastanza levigate, senza sembrare troppo tese come le Titanium Solo pur avendone pressappoco la stessa tensione. Per contro, al pari delle Evah Pirazzi, hanno un costo molto elevato (il Mi in platino costa un botto!), ma si salvano per una durata di circa tre mesi o quattro mesi di uso intensivo, dopodiché il loro rendimento ha una caduta letteralmente verticale come le Vision e le Evah.
Le seconde pure sono state una piacevolissima sorpresa: commercializzate in 2 versioni, Orchestra e Solist, hanno l’anima in Syntethic Gut, una fibra utilizzata per la produzione di corde nautiche, e si sono rivelate, sia pur con qualche difetto di gioventù riguardate il bilanciamento complessivo della muta prontamente segnalato al gentilissimo produttore, estremamente robuste e durature. Assai elastiche, nonostante esse siano piuttosto rigide prima di essere montate, hanno una potenza ed una gamma dinamica incredibili, un suono piuttosto scuro ricco di armonici e dalla grande proiezione, una ottima definizione di suono e articolazione nei passi veloci: con queste corde gli armonici non falliscono mai! Di durata abbastanza elevata come le precedenti PI, sono sicuramente le corde più potenti che abbia provato fino ad adesso: ho per il momento provato la versione Orchestra, la versione Solist dovrebbe essere ancora più sonora. Inoltre sono le corde più lisce e levigate in circolazione, il che le rende assai poco sensibili al sudore permettendo così cambi di posizione fulminei! Trovo che abbiano un tipo di utilizzo piuttosto “estremo”, visto che tendono ad essere leggermente aspre come timbro e quindi orientate (nonostante la versione si chiami Orchestra) ad un uso prettamente solistico, ma ciò non mi dispiace affatto. Come unico neo forse non sono adatte a tutti gli strumenti, specie a quelli che non tollerano tensioni elevate.
A tal proposito, alcuni liutai ritengono che l’uso intensivo di queste nuove corde dalla elevata tensione e dal grande volume sonoro porti ad usurare precocemente gli strumenti stressandone la catena. Per questa ragione ho personalmente preferito abbassare il ponticello del mio violino di circa un mm allo scopo di permettere il l’uso di queste corde più tese e sonore. Ciò si è rivelato determinante nell’ottimo rendimento sia delle Dogal Capriccio sia delle PI.
Ultimamente mi sto quindi rivolgendo all’uso di tre tipi di corde: alle intramontabili Dominant, che trovo estremamente “cantabili” se accostate al giusto Mi, alle nuove Thomastik PI (senza il Mi in platino!) per la loro estrema facilità di emissione, chiarezza in ogni situazione e degne sostitute delle precedenti, ed alle Dogal Capriccio, votate in tutto e per tutto al repertorio virtuosistico.
Non ho per ora voluto testare ne le Larsen Tzigane (anima in carbonio) ne le nuovissime e costosissime Evah Pirazzi Gold: le prime, in base ad un filmato di un test di varie corde su di uno stesso violino visionabile su youtube, sembrano nasali e dal suono piuttosto piccolo; le altre, ascoltate su un altro video di presentazione, non mi hanno allo stesso modo entusiasmato, risultando timbricamente piuttosto vuote all’ascolto. Entrambe sembrano durare poco (circa un mese) secondo i vari thread posti sul solito blog violinistico americano. L’indice di qualità delle corde, ancora una volta, ritengo sia dato dai solisti: le corde più usate restano le Evah Pirazzi, che garantiscono 2 mesi di rendimento, le Dominant (dai 2 ai 3 mesi) e ora le PI, che hanno una durata superiore delle due precedenti, alle quali molti sono passati recentemente (Kavakos, Sarah Chang, il grande violinista recentemente scomparso Ruggiero Ricci.)
Non credo che a questo punto le successive evoluzioni siano finite.
In base alle notizie dei soliti ben informati, alcuni solisti si fanno costruire dalla Pirastro o dalla Thomastik corde su misura per le loro esigenze. Vengerov monta una versione speciale delle Evah Pirazzi costruite apposta per lui, Sarah Chang sembra stia usando un Sol ed un Re versione evoluta delle Thomastik PI, che pare siano il prototipo di una futuro prodotto che la Thomastik intende immettere sul mercato.
In conclusione l'attuale disponibilità di corde sul mercato era praticamente impensabile fino a qualche anno fa, limitata alle Dominant, Oliv, Eudoxa e alle rarissime Kaplan e Corelli: oggidì si trovano corde di tutte le qualità e di tutti i prezzi, adatte alle più disparate esigenze.
E la tecnologia odierna ci ha portato più vicini a raggiungere le caratteristiche della corda ideale: lunga durata, profondità e definizione di suono, grande ricchezza di armonici, grande gamma dinamica, varietà di colore sonoro e reattività nei passaggi veloci, facilità di emissione in qualsiasi condizione.


Fine

Mamma li Turchi

Un'orchestra giovanile composta da ragazzi dai 16 e i 22 anni guidata da un eccezionale direttore (Cem Mansur) di formazione inglese ha suonato ieri sera al Parco della Musica di Roma. Il concerto è iniziato con la bravissima spalla dei violoncelli alle prese con il solo del "Guglielmo Tell" per proseguire con un crescendo di emozioni davvero forti: suono bellissimo e potente, accuratezza nel ritmo e tanta, tantissima gioia di fare musica insieme. Vedere tanti giovani (bellissimi, tra l'altro) suonare sorridendo e quasi ballando è stato molto emozionante.
La formazione ha "accompagnato" con grande professionalità il Concerto per violino e orchestra di Ludwig van Beethoven eseguito dal grande Slomo Mintz; il grande Maestro ha regalato al pubblico dei momenti indimenticabili e un suono dolcissimo, soprattutto nelle note acute, alcune eseguite con un filo di voce.
In programma poi la prima Sinfonia di Johannes Brahms, resa perfettamente dai ragazzi e dal direttore: bravi i fiati, incredibile la potenza e la forza del suono, sempre curato e bello. Il pubblico si è alzato in piedi e l'orchestra si è congedata con due bis.

L'orchestra è in tournée in Italia: consiglio vivamente di andare ad ascoltarla.


http://www.genclikfilarmoni.org







La geografia del violino

Nel post sulla memoria ho accennato all'importanza di sapere con molta precisione dove si trovano le note sulla tastiera.
Forse è il caso di tornare su questo argomento...

Quando affrontiamo per la prima volta un brano dobbiamo per prima cosa vedere in che tonalità è scritto, quindi essere coscienti di quante alterazioni ci sono in chiave (e non ridurci al dubbio dell'ultimo momento): dovrò quindi sapere se un fa è naturale o diesis, e così via, all'inizio, non mentre lo suono.
Dopo le alterazioni in chiave dovrò cercare la relativa posizione delle dita, ossia la distanza esatta tra toni e semitoni. Un dito potrà essere leggermente stonato, ma deve avere una sua collocazione ben precisa e non vagare scivolando sulla tastiera. Sulle note che eseguiamo sempre è ovvio e semplice, ma con quelle meno conosciute la distanza non è sempre ovvia.
Suoniamo le note con assoluta coscienza: le distanze devono essere presenti nella nostra testa come una cartina geografica: tono-semitono-un tono e mezzo; per poi proseguire con i salti: terze, quarte e così via. Tra l'altro: suonando con coscienza e con la mano morbida l'intonazione sarà quasi sempre buona.
Evitiamo di buttare la mano a caso aspettando il suono per poi correggerlo. Dobbiamo sapere prima dov'è quel suono e poi produrlo (se cantassimo la nota prima sarebbe ancora meglio).
Cerchiamo quindi di sapere sempre dove sono collocate le dita sulla stessa corda e su corde diverse.
Conoscere la geografia del violino significa essere coscienti della mappa che c'è sulla nostra tastiera.

Alcuni esempi con gli intervalli: una quinta giusta corrisponde a un dito su due corde diverse; una terza si esegue con vuoto-secondo, primo-terzo o secondo-quarto, in posizione diversa a seconda del tipo di terza (maggiore o minore); una quarta a vuoto (o quarto)-terzo, primo-quarto (o vuoto), secondo e primo sulla corda accanto, terzo-secondo (sempre sulla corda accanto).
Ci saranno posizioni diverse delle dita, ovviamente, a seconda del tipo di intervallo.

Armiamo la mano! Cosa vuol dire? Vuol dire che, se vedo una serie di note io saprò prima quale è la posizione delle dita. Un esempio: la vuoto, si naturale, do diesis, re naturale e mi naturale equivale a primo, secondo lontano, terzo vicino e quarto lontano. E se la nota successiva è un sol naturale (sulla corda mi) io dovrò spostare il secondo dito indietro. Se poi ci sarà un si bemolle dovrò mettere indietro il quarto. E così via...

Gli esercizi sulle scale e sugli intervalli sono ottimi;  possiamo anche osservare un brano qualsiasi e visualizzare la posizione delle dita senza suonare.
Il dito deve cadere rilassato, morbido e fermo, senza quella che io definisco "scivolarella", ossia il movimento di aggiustamento sulla tastiera. Meglio stonato o nella posizione sbagliata che il glissando dell'ultimo momento. Il dito deve cadere con sicurezza. Ovviamente parlo di studio! Se in concerto o a un esame ci accorgiamo di un errore ovviamente è da correggere in qualsiasi modo!
Lo studio deve mirare a ottenere una mano solida (quindi cosciente della posizione dei toni e dei semitoni) e cosciente. Poi anche intonata. Ma una nota stonata può capitare a tutti; una nota "nella terra di nessuno" non deve esistere.













Osservando si impara

Molte delle attività più importanti della nostra vita si imparano imitando; tra queste, per esempio, c'è il linguaggio: attraverso l'imitazione veniamo a conoscenza, quasi senza fatica, di una serie di regole molto complesse. La difficoltà nell'apprendimento di una lingua è evidente quando, da adulti, cerchiamo di parlare un idioma straniero.

Ci sono moltissime altre attività che impariamo imitando. Le abbiamo assimilate da piccoli, osservando genitori, nonni, zii e amici; a volte non sappiamo neanche di avere queste abilità.
Io, per esempio, l'ho capito con la cucina (cucinare piatti che ha sempre preparato mia madre o mia nonna) e con il tennis, sport che praticavano i miei genitori e che vedevo spessissimo in televisione. Diciamo che come cuoca vado bene; come tennista assolutamente no!

Per quanto riguarda la musica è ovviamente lo stesso.
E' importantissimo osservare e ascoltare chi sa suonare, chi ci può insegnare come fare musica.
Cerchiamo di  procurarci dei video di violinisti famosi, andiamo ai concerti e ascoltiamo i grandi musicisti. L'imitazione non deve essere la ripetizione "a pappagallo" di quello che vediamo, ma un'osservazione cosciente. E ovviamente osserviamo attentamente l'insegnante a lezione.
Soffermiamoci sulla posizione, sulla postura, sulla tenuta dell'arco e della mano sinistra. Osserviamo la condotta dell'arco (ovviamente dritto), quando si trova più vicino al ponticello e quando alla tastiera (cerchiamo di capire che dinamica c'è e che tipo di suono viene fuori); infine la velocità nella condotta e il peso.
Guardiamo la mano sinistra: il movimento del vibrato (che può essere più o meno ampio e che non sarà di sicuro su tutte le note); la caduta delle dita (che saranno leggere in velocità e più appoggiate nelle note lunghe).

Si impara da tutti, allievi e maestri, piccoli e grandi; l'importante è il nostro desiderio di imparare e di trarre beneficio da qualsiasi occasione.

"La bellezza è negli occhi di chi guarda" (Goethe)








Studio ma non solo

Quando studiamo, chiusi nella nostra stanza, da soli, qualsiasi difficoltà (tecnica o musicale) si ingigantisce. Sapere che la maggior parte dei musicisti combatte con la fatica giornaliera dello studio, con le difficoltà teniche, con le tensioni muscolari e soprattutto con la grande emozione dell'esibizione in pubblico.... ci rassicura. Leggere è molto importante.
Non solo, a volte lo spazio che dedichiamo "a tutto il resto" è poco. Affrontiamo la tecnica, gli studi e i brani, ma non come arrivare a essere musicisti, fisicamente ed emotivamente.

Questi libri mi sono stati molto utili (presto arriveranno dei video):


Training mentale per il musicista
Renate Klöppel
Edizioni Curci EC 11524


Maestro di te stesso. Guida pratica alla realizzazione artistica e personale del musicista con gli strumenti della Programmazione Neuro Linguistica (PNL)

Federica Righini - Riccardo Zadra - Pietro Righini
EdizioniCurci


La paura del pubblico. Cause e rimedi
Havas Kató
Editore Cremonabooks



L’arte di esercitarsi. Guida per fare musica dal cuore
Madeline Bruser
Collana I diapason | Musica (EDT)


Il violino interiore
Dominique Hoppenot
Edizioni Cremonabooks