Il levare in musica

La scrittura musicale, in particolare la riduzione del pensiero musicale in battute, rende spesso eccessivamente schematico il fluire della musica. Le battute riescono a dare bene il senso del ritmo, lo scorrere della pulsazione e quello che di solito noi seguiamo con il battito del piede o muovendoci, ma limitano il discorso musicale.
Ovviamente il ritmo è fondamentale; quindi, se affrontiamo lo studio di un brano inizieremo proprio dalle note e dal ritmo, che sono la base della musica. Con il tempo si riesce a suonare, per fortuna, già pensando al fraseggio e alla dinamica.
Una volta sistemata la base possiamo passare al fraseggio e una visione differente della battuta, che ci porta a pensare al brano come un insieme di frasi, di parole, di articolazioni. Il senso di quello che suoniamo, quindi, non è rinchiuso all'interno delle battute e non deve assolutamente essere pensato come un susseguirsi di caselle che durano un tot (tre, quattro, se quarti). Cerchiamo di capire come e quando accade.
Un esempio al quale mi piace sempre fare riferimento è la Follia di Corelli. La battuta del tema è in tre quarti, ma l'ultimo quarto (o ottavo) va sempre pensato come un levare verso la battuta successiva
Se noi eseguiamo questo bellissimo tema pensando una battuta dietro l'altra diventa solo una specie di noioso solfeggio.
Proviamo invece a pensare alla prima nota come un appoggio, la seconda come un rimbalzo e la terza come il levare della battuta successiva. Lo stesso per le battute che seguono: le due semicrome della terza battute sono un levare verso la quarta battuta. Non ho segnato le ultime battute del tema perché c'è un cambio di ritmo che crea confusione.
Il levare, quindi, fa parte della battuta seguente, e così va pensato. Questo, tra l'altro, lo rende più snello, più veloce, e non pesante come spesso avviene. Immagino che, letto in un blog e visto come ho segnato nell'immagine non sia affatto facile da capire. Anzi, diciamo che il rischio è quello di spezzettare ancora di più il fraseggio. Provate intanto ad ascoltare il brano e a sentire i respiri, guardando la parte, cercando di capire con calma il movimento delle note in levare.
Potete provare anche con delle successioni di note lunghe-note corte (semiminima con il punto seguita da croma); pensate alla croma come parte della semiminima successiva: tutto sembrerà scorrere meglio.







Penso sempre, a proposito, agli annunci che ci sono in metropolitana: impiegando le parole separatamente non si hanno quelle indispensabili legature tra parole che rendono viva la lingua. Immaginate alcune parole "dovevài?" "comestài?" L'accento si trova tra le due parole, per cui la prima diventa il levare della successiva (anche se entrambe le parole hanno il loro accento.
Studiate sempre un brano a tempo e con le note giuste. Poi provate a capire dove ci sono delle note in levare che vanno pensate come se facessero parte della battuta successiva. Provate anche a scrivere delle parole sotto alle note, così potete capire la direzione delle frasi.

La scoperta sconvolgente, poi, sarà che quasi tutta la musica è un levare che si muove verso il battere.... Forse per la sua caratteristica di essere puro movimento e mai statica.





Trasgredire le regole

Lo studio di uno strumento porta con sé una serie di regole ferree che riguardano sia la postura sia l'esecuzione. Il nostro corpo spesso è costretto in una posizione così specifica, soprattutto sul violino, da rischiare di diventare costrittiva. Lo stesso vale per l'esecuzione dei brani: ritmo, intonazione, diteggiature e arcate. Tutto deve essere assolutamente perfetto, a posto.
L'arte è "artificio", quindi anche questo: ripetizione continua di passaggi che devono diventare automatici, per poi essere a servizio dell'espressività. La difficoltà maggiore è riuscire a sembrare naturali ed espressivi, pur dopo un duro lavoro alle spalle.
Premesso quindi che il lavoro giornaliero sulla tecnica è indispensabile, pensiamo anche a come  vivere liberamente le regole, per evitare che queste non diventino costrizione per il nostro corpo.
Intanto è fondamentale fare stretching prima e dopo aver suonato, insieme a qualche esercizio che bilanci la posizione che assumiamo quando suoniamo.
E poi.... cerchiamo, ogni tanto, di fare come ci pare.
Suoniamo con le arcate che più ci piacciono, come vengono. Diteggiature decise all'ultimo momento, anche assurde. Divertiamoci e interpretiamo il brano a modo nostro, con le dinamiche che ci convincono di più. Anche per trovare una interpretazione nostra del brano che suoniamo (evitate quindi di ascoltare altre esecuzioni prima di avere una vostra idea).
E poi lavoriamo sul corpo: provate a camminare mentre suonate, a muovere e piegare le gambe. Abbassate e alzate il violino, sia il riccio, sia l'appoggio (dal collo, fatelo scendere fino al petto). Muovete le due braccia, esagerando il movimento. Suonate sul divano, oppure con il gomito sinistro appoggiato su un tavolo (comodissimo, tra l'altro), o  sdraiati sul letto... Parlate con qualcuno, ma anche da soli, mentre suonate. Insomma.... fate voi, chi più ne ha più ne metta! Vi accorgerete che è molto più difficile di quello che pensate!





L'OM del violinista

Ossia, sempre e ancora, la ricerca della vibrazione, e non solo del suono dello strumento.

Iniziamo ponendo attenzione alla postura (mi ripeto, ma credo che sia utile): piedi larghi (come le spalle), busto dritto, spalle basse e morbide, testa verso l'alto. Facciamo passare qualche secondo concentrandoci sulla respirazione - di più sarebbe meglio ma va bene anche così.
Ruotiamo gli occhi verso l'alto, come se appoggiassimo la nuca su un cuscino, e poi posizioniamo il violino sulla clavicola con la mano destra, lasciando giù il braccio sinistro. Mettiamo nuovamente la mandibola sulla mentoniera. Il violino, così, dovrebbe sorreggersi senza sforzo, con il solo peso della testa, e la spalla sinistra dovrebbe essere libera.
A questo punto, provando a lasciare la testa libera, quindi muovendola, posizioniamo lo strumento sulla clavicola e proviamo a farlo scendere, fino all'altezza dello sterno, ma anche più giù, come i violinisti del sei-settecento, continuando a suonare cambiando ogni tanto la posizione dello strumento.
Suoniamo solo il sol e cerchiamo di ascoltare e di guardare la vibrazione della corda. Sulla corda sol è più semplice da capire perché è una corda bassa e la vibrazione è larga. Non importa la durata del suono, l'importante è che il suono sia libero, che vibri. Se la nota è troppo corta non si riesce ad affondare, ad appoggiare l'arco, se invece è troppo lunga si rischia di grattare. Ognuno troverà la sua nota ideale.
Ripetiamo il sol come un mantra, come l'OM, ascoltando il suono e osservando il fuso che si forma quando la nota è suonata correttamente. Ascoltiamo anche cosa succede quando l'arco si ferma sulla corda e proviamo a non interrompere la vibrazione. Cerchiamo di mantenere ampio il fuso della corda e teniamo a mente questo suono anche quando riprenderemo a suonare il resto, cercando di ottenere sempre lo stesso risultato sonoro.

Om è una solenne affermazione.






Carl Ph. Emanuel Bach "Opere per violino e clavicembalo" recensione

La recensione delle opere per violino e clavicembalo di Carl Philipp Emanuel Bach (la trovate sulla Rivista Musica+ : scaricate il documento! E' gratuito!)



L'intonazione

La maggior parte degli esercizi tecnici sul violino sono facilmente comprensibili: se devo eseguire più velocemente un passaggio veloce aumento gradualmente il metronomo, se devo studiare un colpo d'arco lo ripeto più volte, lo stesso per cambiamenti di posizione o note particolarmente difficili.
Lo studio dell'intonazione, invece, è meno immediato, perché il lavoro che compie l'orecchio nel cercare di capire se una nota è intonata non è sempre scontato. Ossia, siamo sempre noi stessi che decidiamo se una nota è intonata o meno. Ma chi ci dice che lo sia realmente? Ovviamente la risposta scientifica, ma neanche tanto, è l'accordatore (si può studiare anche con l'accordatore ma va usato solo dopo che si è convinti dell'intonazione di una nota, ossia come verifica; altrimenti non serve a nulla).
L'orecchio, nel suo insieme di ossicini, membrane, liquidi e altro, si comporta come un muscolo e, come tale, va allenato. Più lo lo sottopongo a un ascolto attento più questo sarà in grado di essere preciso nell'identificare l'intonazione di una nota.
Credo che vi sia capitato di trascorrere dei periodi senza studiare. Quando si riprende lo strumento sembra quasi tutto a posto! Forse anche meglio (in parte è meglio perché ci si rilassa). Dopo qualche giorno, invece, suono e intonazione sembrano peggiorare! In realtà non siamo peggiorati noi ma si è riattivato il nostro orecchio, che è tornato in forma e più intransigente nei confronti di quello che suoniamo.
Quindi... cosa fare?
Dedicate una decina di minuti al giorno allo studio dell'intonazione. Come? Eseguendo pochissime note e chiedendovi più e più volte se queste note sono intonate (e se il suono è bello).
L'orecchio si affinerà, giorno dopo giorno. E' importante correggere la nota alzando e riabbassando il dito della mano sinistra, evitando di fare la tipica e orribile scivolarella (io la chiamo così). In questo modo la mano, direi anche il nostro corpo, capirà in modo saldo e sicuro la strada per una caduta corretta e solita.
E giorno dopo giorno migliorerà l'attenzione al suono, al vibrato, ai cambi di corda.... ma anche a tutto ciò che ci circonda...




Spalliera sì, spalliera no

Non darò, ovviamente, una risposta al quesito che logora molti violinisti.

Suonare con la spalliera o senza ha, in entrambe i casi, lati positivi e lati negativi. Ognuno di noi, guidato dall'insegnante, troverà il suo giusto equilibrio, ossia il modo più comodo e rilassato per suonare e sorreggere il violino.
Suonando con la spalliera si ha un maggiore spessore e una presa più solida, direi sicura (anche psicologicamente). Il problema, però, è che spesso si stringe lo strumento sotto al mento in modo esagerato. Si serra la mandibola e si torcono malamente i muscoli del collo e ovviamente la parte superiore delle vertebre cervicali, irrigidendo anche la parte anteriore, a destra.
Senza spalliera lo strumento è più libero, anche il suono che ne viene fuori. La difficoltà risiede nel riuscire a trovare una presa stabile e capire come tenere lo strumento in equilibrio tra collo-mandibola, appoggio sulla clavicola e mano sinistra.
Ripetendo ancora che ognuno di noi troverà il suo modo, il mio consiglio è quello comunque di provare a suonare senza spalliera, per capire poi come evitare di serrare lo strumento con i muscoli del collo.
Spalliera o non spalliera il violino va tenuto (sostenuto) morbidamente. Vediamo come.
Lo strumento si appoggia sulla clavicola (e la spalla sinistra); proviamo a suonare senza collo, ossia con il mento alzato, magari guardando verso l'alto. Cerchiamo il punto in cui il violino si appoggia, e si tiene da solo, senza stringere, solo con l'aiuto della mano sinistra. Ovviamente all'inizio sarà difficilissimo; il violino oscillerà molto e cadrà di continuo.  A forza di insistere ci si riesce. Si possono suonare corde vuote, melodie semplici o scale in prima posizione.
La ricerca del punto in cui il violino è in equilibrio è molto importante. Una volta trovato questo punto il nostro corpo si convincerà che non serve serrare lo strumento in modo eccessivo, e rimarrà rilassato anche riprendendo la spalliera e impiegando nuovamente la testa per fermare il violino.
L'altro punto importante è l'appoggio sulla mano sinistra, che serve a sostenere il peso del violino nei passaggi in prima posizione o nelle corde vuote.
Possiamo esagerare abbassando progressivamente il violino, fino a suonare come i violinisti del Settecento, sul petto.
Ricordiamoci quindi che il violino non va sempre serrato come un portafogli in metropolitana! Se suoniamo delle corde vuote lasciamo andare lo strumento sul nostro corpo. Lo stesso se eseguiamo dei passaggi semplici, anche veloci, in prima posizione. In questi momenti possiamo anche sollevare la testa dallo strumento, o muoverla. Se ovviamente, invece, dobbiamo affrontare un passaggio da una posizione acuta a una più bassa, magari legato e vibrato... a quel punto possiamo tenerlo ben saldo a noi.
Così come per la tenuta dell'arco, è importante l'equilibrio. Il nostro corpo ben solido a terra, le braccia morbide, la testa come appoggiata su un cuscino. Il tutto servirà ad avere forza ed energia nel momento in cui queste sono necessarie.


(dedicato al mio amico Fabio)



Lo specchio deformante

L'esibizione in pubblico è sempre e per tutti il momento più difficile da affrontare.
La paura del pubblico c'è per tutti, dilettanti, studenti, professionisti; ovviamente il professionista avrà delle armi e dei mezzi appropriati per affrontarla. Ma ripeto, l'emozione la vivono tutti.
Prima di un'esibizione in pubblico è fondamentale una preparazione molto accurata: i brani devono essere più che sicuri, quasi automatici, soprattutto per chi poi, di fronte a una platea, si emoziona e rende meno. Ma anche per i più sicuri e sfacciati non è possibile suonare senza aver sistemato la tecnica e la musica che c'è dietro a un brano. A tutto questo si aggiunge la musica, l'attenzione a quello che vogliamo e proviamo a trasmettere a chi abbiamo di fronte, fosse anche solo nostra nonna.

Veniamo ora alla performance, al momento dell'esecuzione.
Di fronte a un pubblico il grillo parlante, che di solito giudica ciò che facciamo, si trasforma in un mostro spaventoso: non è solo il giudizio negativo, di cui ho già parlato, ma una visione distorta di ciò che siamo. Un semplice sbaglio, un suono sporco ci trasforma da un momento all'altro in totali incapaci (per noi stessi, ovvio, gli altri non si accorgono di tutto ciò). E' come se ci vedessimo in uno specchio deformante.
Dovremmo invece essere coscienti di chi siamo, di cosa e come lo suoniamo e di fronte a chi.
Un esempio: sto per suonare a un saggio, sono al terzo anno e di fronte ho gli amici e i parenti. Se qualcosa va storto non suonerò mai come un allievo del primo anno. Viceversa, anche se suono tutto alla perfezione, con serenità e musicalità... di sicuro non suonerò come Perlman.
Cerchiamo quindi di essere razionali e consapevoli, soprattutto nel momento in cui stiamo suonando di fronte agli altri. Se abbiamo studiato a sufficienza e siamo preparati il brano non potrà essere mai così orrendo come ci appare nel momento di massima negatività.
Quindi: evitiamo malumori perché un passaggio non è venuto, o la disperazione totale a seguito di un suono che non è dei migliori. Andiamo avanti, tiriamo fuori il risultato di quello che abbiamo studiato e pensiamo alla musica.  La considerazione esageratamente negativa di noi stessi non ha senso e danneggia l'esibizione, inoltre ci distrae da quello che siamo suonando che ha bisogno della massima concentrazione.
Come si cancella il pensiero negativo? Lasciandolo da parte ogni volta che arriva, ignorandolo, cercando di sostituirlo con pensieri positivi, o concentrandosi su elementi tecnici o musicali, ancora meglio. Noi siamo assolutamente in grado di controllare il nostro pensiero, anche se non è facile. Basta iniziare e provarci tutti i giorni.
Impariamo a cancellare la nostra immagine deformata e sostituiamola con noi stessi o, come ho detto tempo fa, con il musicista al quale vorremmo assomigliare. E ricordiamoci sempre che noi siamo quello che immaginiamo, o pensiamo, di essere.





Il tallone di Achille

C'è quasi da chiedersi se Achille suonasse il violino....

L'impugnatura dell'arco si basa sul concetto delle leve: se appoggiamo l'arco alla metà inferiore ci accorgiamo che in pratica si tiene da solo. Prendiamo questo punto come fulcro della leva e come punto di riferimento per capire il meccanismo.
Pensiamo ora a quello che succede da questo punto neutro alla punta, e concentriamoci sul pollice e sull'indice. Bene: il pollice si trova al centro e spinge verso l'alto; l'indice alla sua sinistra e spinge verso il basso, aiutato e sostenuto dalla parte interna del braccio. Pensiamo al movimento che si compie quando si vuole aprire una manopola e appoggiamo tutto il braccio sulla parte interna dell'indice. Il pollice e le corde serviranno a sostenere questo peso - e ovviamente a ottenere un suono corposo dal punto neutro alla punta. Il suono, in questa zona dell'arco, si ottiene appoggiando l'indice sulle corde. Possiamo immaginare di spalmare qualcosa con l'indice sulla bacchetta: senza suonare, trasciniamo l'indice sulla bacchetta, cercando resistenza su questa. Poi proviamo a ottenere lo stesso risultato tirando l'arco.

Veniamo ora alla seconda parte, a quella che si colloca tra il punto neutro e il tallone, la più complessa perché affidata al mignolo (poverino... è sempre colpa sua!). Al tallone l'arco va sostenuto e, con calma, rilasciato sulle corde, fino ad essere appoggiato alla punta. Quindi: sostengo con il mignolo al tallone e, progressivamente, mi appoggio sempre alla punta.
E' quasi una danza: al tallone posso quasi togliere l'indice, sul punto neutro rilassarmi, e poi appoggiare tutto il braccio sull'indice quasi lasciando il mignolo - questo è un esercizio, quando poi si suona le dita si lasciano sull'arco, ad eccezione del mignolo che a volte si solleva alla punta; dipende da come è la nostra impostazione e da cosa si sta eseguendo.
Ci sono degli esercizi utili a rinforzare l'arco al tallone. I primi sono quelli che si fanno senza suonare: si prende l'arco e si muove cercando di mantenere ferma la posizione della mano. Si può roteare e farlo passare dalla posizione verticale a destra e sinistra. Quando l'arco va verso la nostra sinistra il mignolo lavora maggiormente.
Passando agli esercizi con lo strumento, si possono eseguire delle note corte al tallone (ripeto sempre: tallone tallone, non circa al tallone): prima ripetendo una sola nota poi alternando corde diverse (sol re, sol re, oppure sol sol, re re, ad esempio). Ottenuta una certa scioltezza si può provare a ripetere lo stesso esercizio sollevando di poco l'indice. Infine, quando l'esercizio viene bene, si può provare infine a girare l'arco, ossia a impugnare l'arco vicino alla punta - provate prima la metà superiore. In questo modo, ovviamente, la zona del tallone (che si troverà dove di solito c'è la punta), pesa di più, quindi rinforzerà maggiormente il muscolo del mignolo. Questo esercizio non è semplice, quindi consiglio di armarsi di molta pazienza, di non avere fretta nel volerlo eseguire; può creare inutili tensioni e problemi ai tendini... e di non mandare troppe maledizioni alla sottoscritta.



Lo yo yo

Credo che nella lista delle preoccupazioni del violinista dopo il quarto dito ci sia il cambio di arcata, in particolare quello al tallone.

Veniamo al dunque.
Intanto dobbiamo avere ben chiare le caratteristiche dei vari copi d'arco, ossia aver presente quando l'arco si deve fermare e quando invece deve compiere un movimento continuo, ininterrotto.
Nello staccato l'arco si deve fermare: impariamo a cercare il silenzio, il respiro che c'è tra una nota e l'altra. Se lo staccato è morbido la fermata non sarà brusca e il suono manterrà gli armonici che si sentono quando una nota non è schiacciata. Poniamo la nostra attenzione a cosa succede alla fine di ogni nota. E' come quando una macchina frena dolcemente: nessun passeggero sarà scaraventato sul parabrezza o sulla cintura di sicurezza!
Quindi: se dobbiamo eseguire un passaggio di note staccate assicuriamoci che tra loro ci sia uno spazio: Lo stesso spazio ci deve essere all'inizio del passaggio: se ho una nota lunga e la successiva staccata, la nota lunga dovrà essere staccata da quella successiva.

Passiamo ai colpi d'arco che devono essere eseguiti senza fermare l'arco, ossia il legato e il detaché. Lascio da parte i colpi d'arco non alla corda, il saltellato e il balzato.
Sia nel detaché sia nel legato l'arco non si deve fermare tra una arcata e l'altra. Immaginiamo di giocare con uno yoyo. L'arco è come un elastico: tocca il punto più lontano e subito torna indietro. Impariamo a concentrarci su questi due punti, alla punta e al tallone, e cerchiamo di eseguire il movimento morbidamente, pensando al rimbalzo: tocca terra e via verso l'alto.

Suoniamo cercando questa sensazione: iniziamo eseguendo delle corde vuote alla metà dell'arco, un punto semplice da gestire, a circa 70 di metronomo, e cerchiamo di non interrompere il suono. Suoniamo senza pensare ad altro: l'arco non si deve fermare! Le note ripetute devono sembrare un'unica nota legata. Possiamo anche "camminare" con l'arco, andando progressivamente verso la punta e poi verso il tallone. Quando il suono ci convince possiamo eseguire una scala.
E quando la scala ci piace passiamo ad arcate più lunghe, fino ad arrivare ad essere sicuri di tutto l'arco; ovviamente al tallone sarà più difficile. Per essere sicuri della presa dell'arco possiamo fare degli esercizi per la presa della mano destra, senza suonare, oppure eseguire delle note corte solo al tallone (ma tallone tallone, circa 10 centimetri); il suono all'inizio sarà terribile ma poi pian piano migliorerà.

Dopo le note corte e quelle più lunghe si può passare a quelle legate, eseguite con lo stesso obiettivo. Nelle note legate poniamo la nostra attenzione alla condotta dell'arco, che non deve risentire di quello che fa la mano sinistra. Ricordiamoci poi che, quando eseguiamo un passaggio legato, il punto più importante e difficile è quello che si trova tra una arcata e l'altra.
Ascoltiamo con la lente di ingrandimento cosa succede tra l'ultima nota della prima arcata e la prima di quella successiva. Quel punto, difficile da individuare, rende cantabile l'arcata. E' nella qualità del cambio d'arco che il violino assomiglia alla voce umana e che è considerato .... il principe degli strumenti!





Non dimentichiamoci di respirare

Ieri una piccola allieva, alla fine del Concerto di Rieding, esclama “ma sono l’unica che non respira quando suona?”
No, purtroppo no!
Spesso ci dimentichiamo di respirare, per quanto invece naturale possa essere questa azione.
In realtà spesso ci dimentichiamo di noi….
Molte volte io mi ritrovo la sera, a letto, e mi accorgo solo dopo una decina di minuti, che sono totalmente contratta!
Sul violino la tensione, poi, aumenta in modo esponenziale.
E’ importante respirare e farlo profondamente, aprendo la cassa toracica, pensando che la testa è leggera, come se fosse tirata verso l’alto, e che le spalle sono lontane dalle orecchie. Ricordiamoci di respirare, ma anche di fare attenzione all’articolazione della mandibola (ATM, articolazione temporo-mandibolare) e alla posizione della nostra lingua.
Negli ultimi anni, per fortuna, sono molti i dentisti che si prendono cura di questa articolazione, che spesso causa problemi alla postura e alla colonna vertebrale, creando soprattutto forti mal di testa.
Poniamo la nostra attenzione alla posizione della nostra mascella, che non deve essere né troppo verso l’esterno né troppo verso l’interno, né serrata.
Io mi accorgo di serrare molto la mandibola e di spostarla verso il lato destro, probabilmente per serrare meglio il violino. Ovviamente sbagliando.
La mandibola si serra più volte durante il giorno, anche senza motivo, coinvolgendo un altro muscolo importante, quello della lingua.
Proviamo quindi a suonare ricordandoci di respirare, di mollare l’articolazione e di rilasciare la lingua. Personalmente lo trovo molto ma molto difficile ma altrettanto importante e fondamentale per una corretta posizione del corpo. E non solo quando suoniamo. Concentriamoci sulla respirazione più volte al giorno, anche solo ascoltando l'aria che entra, si ferma, esce, si ferma. Questa semplice pratica ci riporta a noi, eliminando in parte le tensioni alle quali siamo sottoposti tutti i giorni.



Ruel Pascual 2009 "Vanquish" 18x24 inches oil on canvas board

Imaginarium


L’immaginazione è una enorme, meravigliosa, incredibile capacità che ci permette di vedere la realtà che ci circonda con occhi diversi. Si rivela indispensabile sia nell’approccio fisico allo strumento, sia nell’interpretazione musicale.
L’uomo non percepisce la realtà così come questa si presenta; la interpreta. Questo significa quindi che, grazie all’immaginazione, è possibile appunto interpretare, modificare, essere padroni di ciò che vogliamo.
C’è un esercizio yoga che consiste nel chiudere gli occhi e di immaginarsi grandi come una montagna. Se lo provate accade davvero. Chiudete gli occhi e immaginate di essere altissimi, enormi, quasi dei giganti. Bisogna essere convinti però!
Con l’approccio allo strumento le immagini mentali sono fondamentali. E’ importante avere le gambe e il tronco ben saldi, le spalle aperte e le braccia separate tra loro. Immaginiamo di aprire il petto, di allargare le braccia, come se volessimo abbracciare una persona che ci viene incontro. Quando suoniamo è importante muovere le braccia, come se volassimo; il movimento deve partire dall’articolazione delle spalle, e deve essere continuo. Così come mantenere il collo libero; io penso alla testa appoggiata su un cuscino.
Per la ricerca del suono e dell’appoggio io ho sempre pensato a quando si spalma la nutella sul pane (in particolare la “rosetta” romana, molto solida!); oppure al gatto che muove la coda sul pavimento; o ancora al curling, quando la pesantissima pietra in granito scivola sul ghiaccio.
Per andare a tempo immagino di essere accompagnata da una batteria: è utilissimo per qualsiasi colpo d’arco, scala o studio. Divertiamoci a pensare ritmi diversi e accattivanti; il ritmo verrà da solo e sarà solido e ben sentito. Il movimento della mano nel vibrato mi fa pensare al gesto “ma che vuoi?”. Mentre la presa dell’indice-pollice sull’arco mi riporta al gesto che si compie per chiudere una manopola (quella del termosifone, per esempio).
La lista è molto lunga, potete divertirvi come volete.
Quando suoniamo l’immaginazione non ha limiti…. Quindi l’unico consiglio è quello di lasciarvi andare alle immagini che più vi piacciono, a quelle più adatte a ciò che state suonando. Disegnate la vostra parte, con sorrisi, tamburi, i classici occhiali quando ci sono passaggi difficili, cuori, sole e luna… la lista, in questo caso, è ancora più lunga.






La lettura a prima vista


Quando avevo circa 12 anni mio padre mi chiese di suonare insieme a lui, e a mio fratello al violoncello, i concerti per flauto di Antonio Vivaldi. Lui eseguiva la parte del solista, io e mio fratello una micro orchestra
Dopo qualche battuta ricordo di aver suonato delle semiminime al posto delle crome, andando totalmente fuori tempo. Al mio errore mio padre si ferma e mi dice, con tono serio e fermo “senti Susanna, suona crome, semiminime, sbaglia quello che vuoi, salta le note, suonane anche una sola…. Ma al momento giusto!”.
Da quel momento ho imparato a suonare a prima vista, quasi qualsiasi brano musicale.
Per farlo non mi limito a battere il piede (in modo quasi impercettibile per chi osserva) ma lo muovo come fosse il gesto di un direttore d’orchestra, come quando si solfeggia. So sempre esattamente quindi dove è il battere, il levare e la quantità di movimenti del brano (due, tre, quattro….). In questo modo, anche se mi capita di sbagliare le note, di eseguire delle crome al posto delle semiminime o altro ancora, cado sempre in piedi, ossia sul battere succcessivo.

Ma come imparare a leggere a prima vista? Innanzitutto la prima vista va studiata, come studiamo tutto il resto, corde vuote, note lunghe, scale, studi, pezzi…. O comunque praticata frequentemente.
Prendete un brano semplice e cercate rapidamente di capire come “suona” il rimo; deve diventare una danza: se è un tre quarti immaginate un valzer “Un, due, tre!” Il ritmo va interiorizzato, anche a scapito delle note. Dovete sdoppiarvi: una parte di voi esegue le note, l’altra tiene il tempo, con il piede, con un gesto immaginario; come volete. L’importante è non troncare il ritmo né eseguire un quarto in più. Non bisogna assolutamente fermarsi, qualsiasi cosa accada! Pasticciate le note, fate delle pause al posto dei passaggi difficili. Ma non vi fermate e non smettete di seguire il ritmo.
Suonare a prima vista deve assomigliare all’ascolto di un brano musicale: se un esecutore sbaglia la nota possiamo anche non farci caso; ma se ne salta una, o ne esegue una in più, avremmo l’impressione di un disco che salta!
Ogni giorno una lettura diversa. L’importante è imparare a non fermarsi e a cadere sempre in piedi, sul ritmo giusto.




Quo vadis

La somiglianza tra musica e linguaggio rende secondo me efficace il senso di ciò che è difficile comprendere suonando.

Quando ascoltiamo gli annunci in metropolitana abbiamo l'impressione di non capirne il senso: le parole sono corrette, la dizione perfetta ma c'è qualcosa che manca. Si tratta della direzione della frase, del senso; potremmo dire della musica!
A scuola si studiano gli accenti, le regole grammaticali e logiche. Nessuno ci insegna a parlare con il senso corretto, perché lo impariamo ascoltando e parlando. Se ci limitassimo a mettere le parole l'una accanto all'altra  non riusciremmo mai a essere fluidi, a comunicare qualcosa di nostro, soprattutto le nostre sensazioni e i nostri sentimenti.
Se io dico "come ti chiami?" pronuncio tre parole ma la frase culmina nell'ultima parola; non sono tre parole unite tra loro.
In musica è lo stesso.
Le parole sono gli accenti che diamo ai piccoli frammenti: duine, terzine, quartine, sestine, eccetera.... Ma il senso della frase è dato dalla direzione che questa ha verso un punto preciso. Ed è il senso della frase musicale a rendere piacevole un'esecuzione.

Pensiamo ora a un brano musicale e cerchiamo di capire come fare.
Intanto studiamolo bene, altrimenti non potremmo andare oltre.
Dopo aver studiato le note cerchiamo di capire quali sono i punti culminanti e quali invece quelli di passaggio, quelli che ci conducono all'appoggio. Solitamente l'andamento musicale dipende dall'armonia: se l'armonia è ferma le note dovranno andare in avanti; se l'armonia cambia dovrà essere appoggiato e accentuato il cambiamento.
Come si dà una direzione a una frase? Intanto con la nostra intenzione di partire da un punto e arrivare a un altro: una partenza e un arrivo. Se noi abbiamo in mente che il discorso musicale va in avanti, ossia si muove verso una direzione, chi ascolta lo percepirà così. Viceversa per l'appoggio, che è il punto d'arrivo, quindi rappresenta una fermata. La direzione si può ottenere anche con la dinamica, con un leggero, impercettibile crescendo.

Un esempio pratico sulle prime battute del concerto in la minore di Antonio Vivaldi.

Il concerto inizia con una serie di la ribattuti; se li suoniamo come se fosse un esercizio di Sevcik il risultato sarà di una noia mortale.
Proviamo a pensare che i quattro la si muovono verso il quinto la, il punto d'appoggio. Quattro rimbalzi verso il canestro. Lo stesso per le note seguenti, che andranno fino al do della terza battuta per concludere la prima frase.
Si può lavorare anche pensando più in grande, sulla concatenazione delle frasi.
Se osserviamo per esempio le battute che vanno dalla terza alla settima vedremo uno stesso disegno che si ripete scendendo: in questo caso le frasi andranno in progressivo diminuendo.

Non è facile analizzare armonicamente un brano ma di sicuro si può lentamente imparare a decifrarlo, a rendersi conto di ciò che si ripete (e che va suonato con meno enfasi) e di quello che ha più importanza (e che quindi va esaltato).
Con calma, suonando e osservando la musica che abbiamo di fronte, si può rendere più comprensibile e piacevole a chi ascolta, e a noi che lo suoniamo, la musica che eseguiamo con il nostro strumento.




Scale, scale e ancora scale

Le scale sono la struttura portante della musica che suoniamo - e ascoltiamo. Dalle canzoni che ci vengono propinate in metropolitana o al supermercato ai meravigliosi brani musicali che suoniamo o ascoltiamo.
Avere la totale consapevolezza della tonalità che si sta affrontando è fondamentale, così come la relativa posizione delle dita sulle corde. Se a questo aggiungiamo anche lo studio di qualche colpo d'arco siamo quasi a posto con la coscienza e il lavoro giornaliero.
Per prima cosa si dovrebbero conoscere e riconoscere tutte le scale, ossia sapere in che tonalità ci si trova quando si affronta un pezzo. Un lavoro quindi mentale.
Poi si può affrontare lo studio delle scale. Tutte le scale, maggiori e minori, con relativi arpeggi in posizioni alte.
Infine si possono applicare le varianti ritmiche e i colpi d'arco.
Iniziamo da note con tutto l'arco molto leggero; poi aumentiamo le durate (da 2 a 8, 10 battiti per arcata), curando il suono e aumentando l'appoggio. A queste si possono aggiungere varianti dinamiche: iniziare piano e finire forte una arcata; iniziare forte e finire piano.... alternare piano e forte all'interno di ogni arcata.
Poi si può affrontare il legato: due note alla volta, poi tre, quattro, sei, sette (con la tonica più lunga) e  otto. 
Lo staccato, il detaché e il balzato si possono studiare con note ribattute (quattro, tre, due)  per poi passare a quelle singole. I tre colpi d'arco vanno studiati alla metà dell'arco ma anche alla punta e al tallone.  Il picchettato iniziando con due note per poi arrivare al massimo possibile (sul picchettato, una volta imparato, non c'è quasi limite!). 
Sono molto efficaci anche le varianti sulle terzine: legate a tre e a sei, sciolte o alternando una staccata e le altre sciolte.
E' importante anche studiare gli intervalli, quindi le scale a terze, quarte, quinte, seste e settime; ma soprattutto le prime due.

Il tutto si può studiare lentamente, per curare bene l'intonazione, e velocemente, per lavorare sulla tecnica della mano sinistra. Per lo sviluppo di quest'ultima sono utili anche le varianti ritmiche, che danno elasticità alla mano.

Le varianti sono infinite... si può prendere spunto dai libri di tecnica, dal mitico Sevcik e dai brani musicali che studiamo. Di sicuro costruiremo delle fondamenta solidissime alla nostra tecnica ma anche una mente aperta e molto reattiva, in grado di affrontare qualsiasi difficoltà!







Mai con il superattak!


Anche se nello studio tecnico (scale, corde vuote) noi ci concentriamo molto sull'uguaglianza dell'arco, arrivato il momento di suonare dobbiamo invece concentrarci su tutt'altro: sui respiri e su come l'arco si appoggia e si alleggerisce sulle corde.
L'uguaglianza va bene nella condotta, nell'ottenere un suono morbido e fluido. Serve a legare bene le note tra loro. E' di una importanza fondamentale. Ma, arrivati all'esecuzione di un brano musicale, dobbiamo prima di tutto capire dove sono gli appoggi e dove invece l'arco deve essere lasciato, dove deve essere invece fermato.
In un post che parlava appunto della dizione, della musica paragonata al linguaggio ho sottolineato che suonare è come parlare (qui mi ripeterò).

Veniamo alle parole: appoggio e rilascio. Se noi abbiamo una quartina l'ideale è pensare a una parola che abbia lo stesso suono (il mio classico è tavolino), così come per le terzine (nuvola, napoli...) e via dicendo (quintina: Celibidache). Chi più ne ha più ne metta! Sbizzarritevi!
Oltre a pensare alle parole, però, dovremmo rendere il ritmo di queste con appoggio e rilascio dell'arco sulle corde. Quindi: proviamo a eseguire una serie di quartine sulle corde vuote.... rendendole quartine anche se le note sono le stesse. Lo stesso con le terzine o le duine. Dobbiamo sentire le quartine pur suonando la stessa nota! Dovrebbe suonare come se ci fosse un diminuendo all'interno della quartina stessa e soprattutto una sorta di respiro tra una quartina e l'altra. Un respiro impercettibile. L'andamento della quartina deve rimanere costante e a tempo!

A volte invece l'arco va fermato (c'è sempre un post sull'argomento). Se devo eseguire note staccate che si trovano su corde diverse o lontane tra loro non posso suonare anche le corde che si trovano in mezzo. L'arco si può fermare (o alzare se stiamo suonando il balzato) ma non deve suonare quello che non si deve sentire e che assomiglia a un moscone. Esercitatevi su note staccate, alla corda o balzate, su corde lontane. Tra una arcata e l'altra l'arco si deve fermare, con morbidezza e pulizia.
L'arco non va assolutamente bloccato con forza ma fermato. Se si blocca si sente il moscone e un vuoto esagerato; la vibrazione del suono viene interrotta. Se invece l'arco è fermato con morbidezza (teoricamente è molto semplice) la vibrazione continua e il passaggio è morbido ma pulito.
Lo stesso vale per i cambi di corda, i cambi di posizione, quando le dita hanno movimenti scomodi (passaggi di uno stesso dito tra una corda e l'altra)..... Insomma, non suonate quello che non volete che si senta e che sporca l'esecuzione.

Il senso di questo post è che l'arco non è attaccato alle corde con la colla. Bisogna respirare tra una nota e l'altra e far respirare il suono (musicalmente e fisicamente). Imparando prima di tutto come e dove, e poi a far respirare lo strumento.

Ascoltate questa meravigliosa esecuzione di Perlman bambino del Concerto di Rieding e concentratevi su quello che ho scritto:
Le note legate a due non sono uguali.
Le quartine veloci non sono uguali.
I cambi di corda sono puliti

E lui suona divinamente!






















Dal particolare all'universale

Uno studio particolareggiato come quello che si porta avanti con uno strumento, fatto di infinite attenzioni ai più piccoli particolari, a volte ci si distoglie dal movimento generale.
Quando ci concentriamo per esempio sul punto di contatto dell'arco, sul suono o sul colpo d'arco che stiamo eseguendo, possiamo dimenticarci del movimento che dobbiamo eseguire per ottenerlo. Lo stesso vale per la mano sinistra: siamo così attenti all'intonazione, alla caduta delle dita, al punto in cui cadono e a come cadono, alla velocità... che ci dimentichiamo il movimento generale.

Vediamo un punto alla volta.
La mano sinistra. Prima di affrontare un esercizio sulla velocità (per esempio Schradieck, che a me piace tanto) e di farci venire mal di fegato perché il quarto dito non è veloce come gli altri, proviamo a concentrarci sul movimento delle dita. Immaginiamo di muoverle su un tavolo, come per gioco.... come quando si martella velocemente, facendo scorrere velocemente le dita dal primo al quarto senza pensarci tanto. Ecco, il movimento è quello. Non è così complicato come ce lo rendiamo dopo. Mettiamo ora la mano sul violino e tamburelliamo di nuovo, come se le dita fossero sul tavolo. Leggermente, senza pressione, pensando solo alla velocità, anzi, pensando il meno possibile. Poi rendiamo il movimento più concreto e torniamo al particolare, all'intonazione, alla cura dei dettagli.
Per l'arco è lo stesso. Immaginiamo il movimento che compie il nostro braccio.
L'arco è dritto! E' il nostro braccio che deve fare una serie di movimenti per rendere dritta una arcata. Movimenti che hanno una traiettoria curva.
Quando siamo al tallone andiamo verso l'alto e verso il nostro viso, quando siamo alla punta in direzione dei nostri piedi, in avanti. L'arcata dritta ha un movimento arcuato. Sembra strano ma è così. Pensiamo continuamente a piegare il braccio e ad alzarlo, poi a stenderlo in avanti. Come in francese: tirez, poussez!

Quando poi torniamo alla tecnica, al particolare, al dettaglio cerchiamo di non dimenticare la sensazione dei movimenti, di interiorizzarli.... proviamo a ricordarci fisicamente che sensazioni ci davano, per cercare di rimanere morbidi e di partecipare alla musica con tutto il corpo, non con il solo polpastrello o i crini del nostro arco.