L'orecchio del bel suono

Chi suona ha a che fare, tutti i giorni, con una disciplina che non dà sicurezza. I progressi dello studio non sono visibili né evidenti... Spesso si studia, si va a dormire, e il giorno dopo ci si chiede se il passaggio difficile verrà bene come la sera prima! Questo perché il lavoro del musicista si fonda, soprattutto, sullo sviluppo dell'udito, anzi, dell'orecchio musicale.
Ho già parlato dell'orecchio in due post (in uno trattavo dell'intonazione). In questo che scrivo oggi, invece, vorrei concentrarmi su un aspetto che, secondo me, a volte viene tralasciato nel senso più profondo che il termine ha: "il bel suono".
Perché più profondo? Perché a volte si trascorrono ore suonando corde vuote, note lunghe, con dinamiche diverse e complesse, ma ci si dimentica pensare all'elemento più importante, ossia la bellezza del nostro suono. Non la quantità, non la potenza o la leggerezza del pianissimo ma la bellezza, pura, del suono.
L'orecchio è il mezzo che abbiamo per curare il nostro suono e, secondo me, l'unico modo per farlo è chiederci di continuo se è bello, se potrebbe essere più bello e più bello ancora.
Una semplice domanda, ripetuta più volte, che stimola la nostra sensibilità e, contemporaneamente, migliora il suono che produciamo. L'orecchio ci permette di alleggerire se il suono è troppo pesante, o di appoggiarci di più se invece manca di peso. Il circuito braccio destro-suono deve passare per l'orecchio e per la continua domanda: "è abbastanza bello?".
Corde vuote, scale, brevi pezzi: l'importante è dedicare una parte dello studio giornaliero alla crescita del nostro "orecchio del suono".





Come il treno sui binari

Come ho scritto già in un altro post, trovo che uno degli aspetti più difficili da comprendere, nell’approccio al violino, sia quello del cosiddetto “appoggio”. Si studia spesso partendo dal peso del braccio, lasciandolo cadere a peso morto, lungo il corpo. Si passa poi al gomito appoggiato alla mano del maestro, poi al polso e, infine alle dita (ruotate). Il concetto di appoggio si comprende prima con la testa; poi, ripetendo più volte gli esercizi, a mo’ di mantra o di training autogeno, il nostro corpo lo fa suo e, così, diventa impossibile suonare senza appoggio, senza il peso del braccio.
A volte, però, può capitare di suonare con un arco leggero, senza né peso né appoggio, eppure il braccio deve essere morbido lo stesso.
Penso quindi che sia importante convincersi di una idea altrettanto fondamentale, legata all’appoggio, ossia che l’arco si conduce, sempre, e non si trattiene nel suo movimento fluido. L’arco scivola sulle corde, come un treno sui binari.
Proviamo a pensare di tirare il nostro arco, in su e in giù, liberamente (senza andare al tallone, dove entrano in azione una maggiore tenuta e forza muscolare). C’è una enorme differenza tra il condurre l’arco, facendolo scorrere sulle corde, quindi guidandolo nel suo tragitto, e sostenerlo, come sospeso, per compiere il tragitto (sempre escludendo il tallone!).
Studiamo sempre, quindi, delle corde vuote senza peso né appoggio, tirando l’arco liberamente e cercando solo il “suo” peso. Il “suono dell’arco”, lasciato al suo peso, è leggero e pieno di armonici. Durante questi esercizi possiamo allentare la presa delle dita, muovendole una per volta, e divertirci anche a tenerlo a mo’ di viola da gamba, al contrario. All'inizio l'arco ci scapperà dai suoi binari; poi, con l'aiuto delle dita (quanto basta), impareremo a lasciarlo sulla sua strada.